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Wednesday, May 8, 2013

POLITICA | MARCELLO DELL'UTRI: “A SANTO DOMINGO MI ROMPO I C...”, TORNO IN ITALIA, IN GALERA C'E' SEMPRE QUALCOSA DA FARE

Ha rilasciato un'intervista alla trasmissione radiofonica di Radio 24, La Zanzara, l'ex senatore del PDL Marcello Dell'Utri.
Da Santo Domingo, nella repubblica dominicana, dove si trova in attesa della sentenza definitiva per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa(in appello è stato condannato a 7 anni di reclusione), dice “Non ho intenzione di restare ancora a lungo, tra dieci giorni torno in Italia, ho il volo già prenotato, qui mi rompo i “c...”.”
Proprio così, e aggiunge “Qui ci sono sempre 26 gradi, il clima è bellissimo: ma che ci faccio qui, un Bed & Breackfast? Dopo qualche giorno di paradiso terrestre mi annoio, per restare dei essere un golfista scatenato, avere una barca o devono piacerti le donne”.
Alla domanda dei conduttori della trasmissione “Perchè non aspetta lì la sentenza della cassazione?” -così risponde- “No, no, qui c'è anche il trattato di estradizione con l'Italia”.
Continua Dell'Utri “Trascorro le mie giornate passeggiando, non gioco a golf e in spiaggia vado poco: le donne? Non sono così fissato, e poi qui sono così bruttine, si vede che le belle si nascondono”.
Il verdetto della Cassazione dovrebbe arrivare entro fine anno, ma lui si dice tranquillo In galera almeno qualcosa da fare si trova, le pulizie, la biblioteca, si può dare conforto agli altri, sette anni volano via; è l'occasione per studiare e leggere: a me piace l'ebraico e non riuscirei mai a studiarlo se non in carcere”.
Poi aggiunge “Mi piacerebbe andare negli Stati Uniti, ma non posso perché mi hanno tolto il visto, in quanto sono stato condannato in secondo grado; volevo andare a Miami per la laurea di mia figlia Marina: una grande mortificazione, c'erano tutti i miei famigliari tranne io-prosegue- “invece di andare in Florida, sono rimasto a Santo Domingo: mia figlia si è laureata in ecologia ambientale e biologia marina con ottimi voti, alla faccia di Ingroia”.
Il Dell'Utri-pensiero si conclude come meglio non avrebbe potuto fare nemmeno un attore melodrammatico “Qui a Santo Domingo non posso nemmeno toccare i soldi in banca, me li ha bloccati la Procura di Palermo, e mi hanno pure sequestrato la casa; per vivere faccio la colletta tra gli amici, mi faccio prestare i soldi, poi li ridarò: quali soldi ci sono nei conti bancari? Quelli della casa sul lago che ho venduto a Berlusconi”.
Verrebbe voglia di affittare una nave ed andare a riprendercelo, questo “povero”, sfortunato “naufrago”, relegato in esilio come un Napoleonedei nostri tempi in una sperduta isola caraibica, ma anche no?

Tuesday, May 7, 2013

GOVERNO: IL PREMIER/MISTER ENRICO LETTA PORTA I MINISTRI IN “RITIRO”

Sono stati allertati con un tweet inviato direttamente dal loro Presidente Enrico Letta “Domenica e lunedì 24 ore di ritiro in una abbazia in Toscana, solo i Ministri -ha scritto il premier- “per programmare, conoscersi, fare spogliatoio” -precisando infine- “ognuno paga per sè”.
Come a voler dire: visto che grazie all'inciucio vi siete trovati catapultati a ricoprire dei ruoli che nessuno vi ha assegnato (di certo non gli elettori), cerchiamo almeno di fare “squadra” (spogliatoio) e troviamoci per “programmare” (a quali talk show ognuno dovrà partecipare) e di “conoscerci (?) almeno per nome.
Il luogo prescelto per il “ritiro” da Mister Letta pare sia l'Abbazia Vallombrosana di Spineto della Luce, risalente all'XI secolo.
Con questa mossa in perfetto stile democristiano -il luogo prescelto ciò farebbe intendere- il “giovane” Letta starebbe appunto cercando di creare attorno a sé ed al suo governo una sorta di “alone” spirituale, utile quantomeno per nascondere all'esterno i troppi distinguo, le profonde divisioni e le incompatibilità che, quasi su ogni tema, stanno caratterizzando fin dal primo giorno questo “precario” esecutivo.
L'esperienza di un“ritiro” per un governo non è certo una novità assoluta: nel '97 fu infatti Romano Prodi che chiamò a raccolta politici e intellettuali (sono dappertutto come il prezzemolo) in un luogo certamente più laico, ma per questo non meno suggestivo, come il castello di Gargonza, in occasione dell'anniversario dell'Ulivo.
Anche Francesco Rutelli (a quel tempo ancora amico di Lusi) da leader della Margherita riunì più volte i suoi, a Fiesole nel 2005 e nel 2007 (avranno pagato anche allora “alla romana”?).
Lo stesso fece Piero Fassino da Segretario dei Ds (quello che rifiutò la tessera a Beppe Grillo), quando convocò per due giorni a Frascati i parlamentari dell'Ulivo per fare il punto della situazione.
Ma quelli che ritornano maggiormente alla memoria rimangono, comunque, i “conlave” celebrati da Romano Prodi, come quello del 2006 nel Borgo di San Martino in Campo in provincia di Perugia, in quel caso a livello di Ministri.
Passato addirittura alle cronache per una trasmissione radiofonica “pirata” organizzata da Marco Pannella, fu il Consiglio dei Ministri sempre voluto da Romano Prodi alla Reggia di Caserta.
Il Consiglio, che si sarebbe dovuto tenere rigorosamente a porte chiuse, venne in pratica trasmesso in diretta da Radio Radicale, fino a quando Pannella non venne scoperto.
Alla tentazione di un“ritiro” non ha saputo resistere neppure Silvio Berlusconi il quale, appena “sceso in campo”, dopo essere stato “unto dal Signore”, nel 1994 riunì in quel di Fiuggi i neo eletti di Forza Italia.
Infine, occorre ricordare che l'Abbazia di Spineto della Luce -quella scelta da Letta- non è del tutto nuova ad utilizzi “politici”: nel 2010 fu teatro di un seminario del PD, voluto dall'allora Segretario Bersani, che viene ricordato per la presenza di Romano Prodi, guest star dell'evento, dopo un periodo di incomunicabilità con il PD.
Staremo a vedere cosa uscirà dall'incontro “spirituale” fra Letta e i suoi Ministri ma, date le premesse, non vorremmo si tratti dell'ennesima rappresentazione di una politica che -tweet a parte- appare sempre più lontana ed aliena dai bisogni reali che stanno mettendo pesantemente in ginocchio questo Paese.

Nicole Minetti in dolce attesa?

In questi giorni l'ex consigliera della Regione Lombardia Nicole Minetti torna a far parlare di se.
E' stata sorpresa dai fotografi mentre stava rientrando a casa dopo aver fatto jogging vestita con una succinta cannottierina e dei pantaloni grigi aderenti al corpo come un guanto che poco lasciano immaginare.
Le sue forme un po' più rotondeggianti del solito e il suo portarsi la mano sulla pancia ha scatenato i giornali e i siti di gossip che oramai danno per certa ( o quasi) una sua gravidanza.
Se prima era seguita costantemente dai paparazzi adesso non la lasciano mai un attimo da sola e cercano di rubarle qualche scatto al pancino leggermente accennato forse dovuto a un paio d'etti di troppo o perchè no ad una dolce attesa.
Ultimamente esce di casa vestendo in maniera molto casual ed evita di indossare mise particolarmente accattivanti con tanto di paillettes e lustrini.
Il padre dell'ancora ipotetico figlio di Nicole potrebbe essere il rapper Gué Pequeno che da diverso tempo frequenta l'ex consigliera regionale anche se la notizia è uscita sui giornali adesso.
Pochi giorni fa è stata intervistata dalla nota trasmissione di Italia 1 Le Iene mentre si stava recando ad una serata in discoteca.
Dopo aver dismesso i panni del personaggio politico adesso si vede costretta a far comparsate ovunque per arrotondare a fine mese ed è richiestissima nei locali notturni.
Nicole Minetti in dolce attesa

In genere ad attenderla ci sono fan scatenati che farebbero di tutto per vederla da vicino e lei dichiara prontamente con non chalance: " Sono famosa perchè spacco, anche se ci ho messo del mio".
L'intervistatore de Le Iene le chiede quale sia stato il fattore scatenante per la sua entrata in politica e lei
candidamente ammette che la sua vocazione è nata dalla passione per Berlusconi: "Sono cresciuta in una famiglia berlusconiana e mi sono appassionata a lui quando avevo 11 anni circa.
Gli sarò sempre grata, ha creduto in me, una giovane ragazza che vuol far politica".
Ancora però non ha spiegato cosa abbia fatto di politico durante tutto il periodo del suo incarico ricoperto nella Regione Lombardia se si esclude l'aver riscosso puntualmente uno stipendio mensile pari a 9.000 euro il mese.
"Non mi vedo un modello negativo.
Ma non penso nemmeno di essere un modello positivo, perché quelli sono altri".

Monday, May 6, 2013

VICENDA FOTOMONTAGGIO OSE' LAURA BOLDRINI SUL WEB: INDAGATO UN GIORNALISTA

Il suo nome è Antonio Mattia e ne sentiremo certamente parlare nei prossimi giorni visto che rappresenta il primo indagato per il reato di "diffamazione aggravata" in merito all'inchiesta sulle minacce inoltrate alla presidente della Camera Laura Boldrini ma soprattutto per i fotomontaggi osè che sono stati fatti circolare in Rete negli ultimi giorni. 

Il giornalista si sarebbe macchiato della colpa di aver diffuso per primo sulla sua pagina Facebook un fotomontaggio irriverente che mostra Laura Boldrini completamente nuda: lo sfondo dello scatto è una spiaggia di nudisti e la donna è stata spacciata per la Presidente della Camera. Le foto false sono già state eliminate in seguito ad un ordine immediato inoltrato dalla Procura di Roma.

A questo proposito, è stato precisato che l'iscrizione nel registro degli indagati è scattata "alla luce della normativa esistente che consente l'identificazione di coloro che, travalicando i limiti della corretta informazione, oltrepassano il legittimo diritto di cronaca e di critica giornalistica". 

Naturalmente, da più parti sono giunti messaggi di solidarietà alla Presidente della Camera per il gesto oltraggioso e vergognoso inoltrato nei suoi confronti: il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso ha condannato l'episodio, giudicandolo una grave forma di "sessismo e razzismo" contro una donna, perdipiù  rappresentante delle istituzioni. 
 
Nichi Vendola ha sostenuto la Presidente della Camera, affermando di aver trovato in lei una "donna coraggiosa" per aver denunciato "l'umiliazione perenne delle donne sul web e nella vita quotidiana". 
Anche il Movimento 5 Stelle, attraverso il capogruppo alla Camera Roberta Lombardi ha dichiarato la sua condanna verso l'episodio di violenza morale: "Massima solidarietà alla presidente Boldrini per le minacce sul web. Le ho subite anche io via posta ordinaria, ma non per questo chiedo una sua limitazione. Nonostante la violenza subita attraverso il web, crediamo fermamente nella libertà della rete e rifiutiamo qualsiasi sua limitazione".

POLITICA ITALIANA: E' MORTO IL SENATORE A VITA GIULIO ANDREOTTI

Tra i primi a commentare la notizia sono stati l'ex Dc Cirino Pomicino e il leader dell'UDC, Pierferdinando Casini “Andreotti è stato la politica: ha condensato in sé il bene e il male”.
Giulio Andreotti è morto oggi, all'età di 94 anni, alle 12.25 nella sua casa di Roma.
Proprio mentre sulla capitale era in corso un violento nubifragio, se n'è andata una parte della storia politica e non di questo Paese.
La salute del senatore a vita era da tempo precaria, soprattutto dopo l'ultimo ricovero in clinica per un problema cardio-circolatorio, non così il proverbiale humor che lo contraddistingueva.
Dopo l'ultima dismissione dall'ospedale, infatti, a chi gli chiedeva notizie circa la sua salute così rispondeva “Tutto sommato bene, si invecchia, quindi si campa”.
Secondo fonti vicine al Quirinale, già domani potrebbero essere celebrati i funerali di Stato, anche se c'è da registrare al riguardo che la sua storica segretaria avrebbe precisato all'agenzia Adnkronos “Non ci saranno funerali di Stato né camera ardente, poiché le esequie saranno celebrate nella su parrocchia con gli stretti familiari”.
Su twitter in questi minuti, com'era da immaginarlo, si sono scatenati i commenti degli italiani: molti sono quelli che ironizzano sulla sua veneranda età, altri -come la deputata del Movimento 5 Stelle Giulia Sarti- scrivono: “è morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia”.
Altri ancora ricordano le ombre della sua carriera politica e tutti i misteri che si sarebbe portato nella tomba, da Gladio all'uccisione di Aldo Moro, fino agli anni del terrorismo e delle stragi perpetrate dalla mafia.
C'è infine chi dice di non credere addirittura alla sua morte, visto che pare confermata la notizia che “non ci sarà camera ardente, né funerali di Stato”.
Infine c'è pure chi ne ricorda i tanti soprannomi: “Divo Giulio”, come lo definì il giornalista Mino Pecorelli -ucciso dalla mafia- prendendo spunto da Giulio Cesare, oppure “Zio Giulio”, l'epiteto con il quale sarebbe stato conosciuto dai clan mafiosi, “Belzebù”, com'era chiamato dai socialisti di Craxi, quando lo si voleva distinguere da Licio Gelli (Belfagor), oltre ad altri più disparati come “La Sfinge”, “Molok”, “Il Papa nero”, “La Volpe”, “La vecchia Volpe”.

Flash news: Deceduto Giulio Andreotti

Da pochi minuti abbiamo appreso la triste notizia: Giulio Andreotti  è deceduto oggi alle ore 12:20 nella sua abitazione.

Un breve riepilogo di quel che è stato Giulio Andreotti, direttamente da Wikipedia:
"Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo. È stato il 16º, 19º e 28º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. è stato senatore a vita, ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo:

- Sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro);
- Otto volte ministro della Difesa;
- Cinque volte ministro degli Esteri;
- Tre volte ministro delle Partecipazioni Statali;
- Due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria;
- Una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie.




È sempre stato presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato Presidente della Casa di Dante in Roma.

Il 2 maggio 2003 è stato giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d'Appello di Palermo, la quale lo ha assolto per i fatti successivi al 1980 e ha dichiarato il non luogo a procedere per i fatti anteriori. Era stato assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999. Nell'ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di appello, richiamando il concetto di "concreta collaborazione" con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel dispositivo di appello. Il reato "ravvisabile" non era però più perseguibile per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il "non luogo a procedere" nei confronti di Andreotti."

Il Team Cervelliamo si unisce al dolore dei famigliari.

MINISTRO CECILE KYENGE, FRASE CHOC IN TV: "REATO CLANDESTINITA' VA ABROGATO" . ED E' SUBITO BUFERA POLITICA

Il neo ministro Cecile Kyenge, da pochi giorni insediato dal governo Letta, sta già provocando dure reazioni nell'ambiente politico per alcune sue affermazioni che rischiano di provocare profonde spaccature.
E' il caso, ad esempio, della dichiarazione fatta ieri nel corso della trasmissione "In mezz'ora" in onda su Raitre e condotta da Lucia Annunziata: "Il reato di clandestinità andrebbe abrogato" ha detto il ministro, suscitando subito accese polemiche.

Durante l'intervista, Cecile Kyenge ha voluto descrivere brevemente alcune tappe che hanno caratterizzato la sua vita: "Un padre cattolico e poligamo, 38 fratelli figli di diverse madri." Anche lei in Italia arrivò come  irregolare: "Il vescovo della mia città mi aveva trovato una borsa di studio alla Cattolica di Roma", ma questa borsa non è mai arrivata e l'attuale ministro ha trascorso un anno in cui si è trovata costretta a cercare un lavoro per poter restare in Italia.

Sempre in tema politico ha aggiunto: "A chiedere che sia il principio dello ius soli a ispirare il legislatore sul conferimento della cittadinanza italiana è la società", ha ribadito il ministro lasciando presagire la possibilità di proporre un ddl di riforma sul tema dell' immigrazione. 

Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, ha immediatamente risposto: "Non si esageri e si usi maggiore cautela anche da parte dei membri del governo. Quello del ministro Kyenge, che annuncia urbi et orbi che il reato di immigrazione clandestina andrebbe abrogato ed un ddl sullo ius soli nelle prossime settimane, è soltanto l’ultimo episodio". 
Inoltre, Schifani ha ribadito come sia necessario evitare "proclami solitari, senza che gli argomenti siano discussi e concordati in un ambito collegiale". 
Anche Maurizio Gasparri ha alzato subito una barricata: "Le norme sul reato di immigrazione clandestina vanno rispettate e il ministro sa bene che su esse non è lei a poter decidere".

Sunday, May 5, 2013

GRAN BRETAGNA | POLITICA: ARRESTATO PER STUPRO IL VICE PRESIDENTE DEL PARLAMENTO INGLESE

Il mondo politico britannico è letteralmente sotto choc: Nigel Evans, 55enne Vice Presidente del Parlamento, gay dichiarato, è stato arrestato nella giornata di ieri con la pesante accusa di aver stuprato due ragazzi ventenni tra il 2009 e il 2013.
Lo rende noto il Daily Mail, secondo il quale sarebbero stati già informati dell'accaduto sia il premier David Cameron, che il Presidente dei Comuni John Bercow.
Poco prima era stata la polizia del Lancashire -pur senza dichiarare l'identità di Evans- a dare notizia dell'arresto di un uomo di 55 anni accusato di stupro.
Nigel Evans, deputato conservatore alla Camera dei Comuni, è stato prelevato dal suo cottage di campagna a Pendleton e interrogato dalla polizia in seguito alle denunce sporte nei suoi confronti dalle due vittime “Noi prendiamo molto sul serio -si legge nella nota diffusa dagli inquirenti- “le accuse di natura sessuale e comprendiamo come sia difficile per le vittime fare denunce”.
Una fonte vicina al Parlamento ha dichiarato al Sunday Mirror “Si è trattato di uno choc assoluto, anche perché Nigel è una persona piuttosto popolare, con un carattere aperto, nessuno riesce a credere a quanto accaduto”.
Che il Vice Presidente dei Comuni fosse gay era del resto noto già al 2010, quando fu lui stesso a rivelarlo pubblicamente, affermando di essere stanco di nascondersi e di ricevere lettere minacciose e ricattatorie dagli avversari politici.
Nigel Evans
Sempre lo stesso Evans ebbe, nella circostanza, a dichiarare “Non vorrei che altri deputati si trovassero di fronte al genere di aggressioni da me subite e, pertanto, ho deciso di non vivere più nella menzogna”.
Si spinse addirittura a confidare al Mail on Sunday “Ci sono altri deputati gay ai quali piacerebbe poter parlare liberamente della propria sessualità, ma ne temono le conseguenze”.
Il sentimento più diffuso, non solo fra i politici inglesi, ma anche fra la gente sembra essere in queste ore quello dell'incredulità, come per gli abitanti della cittadina di Pendleton “E' scioccante” -ha affermato un suo vicino di cottage al Sunday Mirror- “lo conosco da 12 anni, è sempre stato così gentile”.
Nigel Evans, gallese, in Parlamento dal 1992, è stato anche vice presidente del Partito Conservatore dal 1999 al 2001 e, tre anni fa, è stato eletto n. 2 della Camera Bassa.
In attesa di apprendere nuovi dettagli sulla vicenda, sembra proprio che questo caso abbia già particolarmente scosso la Gran Bretagna, ciò dopo lo scandalo che ha travolto la Bbc con le gravissime accuse di abusi su minori rivolte a Jimmy Savile.

Saturday, May 4, 2013

POLITICA: MAIL VIOLATE DEL MOVIMENTO 5 STELLE | “LASCIATI SOLI DAGLI ALTRI PARTITI”

Hanno dovuto rivolgersi al Garante della Privacy ed alla Magistratura per far luce sugli episodi relativi alle mail violate, ma i parlamentari a cinque stellenon nascondono la loro profonda delusione e vanno all'attacco “Siamo stati lasciati soli da tutti gli altri partiti -lamenta il Capogruppo alla Camera Roberta Lombardi- “c'è un attacco a tutto campo contro di noi” -afferma, riferendosi agli ultimi episodi del furto di un hard disk da un loro computer, avvenuto negli uffici di Montecitorio, nonché al tentativo di intrusione di ieri in una casella di posta elettronica del gruppo -“è incredibile ilsilenzio mediatico a fronte di simili attacchi, portati contro un movimento che rappresenta circa 9 milioni di cittadini italiani”.
A ciò si aggiunga il fatto che, non più tardi di una decina di giorni fa, un gruppo di hacker ha violato le e-mail di una trentina di parlamentari del M5S, mettendo online tutta la posta elettronica (più di 7.500 messaggi) dei deputati Giulia Sarti, che ha incontrato il Garante della Privacy, e Stefano Vignaroli.
Rincara la così la dose la Capogruppo Lombardi “C'è stata una sorta di abbandono da parte delle Istituzioni, dopo otto ore il Movimento non ha ancora notizie sull'attività della magistratura e della Polizia Postale; non sappiamo nulla di cosa stiano facendo per tutelare -in primis-questi trenta cittadini che tra poco si insedieranno nelle Commissioni parlamentari”.
Sull'altro fronte attivato dal Movimento 5 Stelle, ovvero quello del Garante, interviene Giulia Sarti “Il Garante della Privacy mi ha contattato solo ieri, a lui chiederò non solo di diffidare chiunque dalla pubblicazione del materiale contenuto nelle caselle di posta violate, ma anche di far sì che chi detiene questo materiale, cioè le testate giornalistiche che ne sono in possesso, debba cancellarlo”.
Alessandro Di Battista, il deputato “grillino” indicato dagli stessi hacker come prossima vittima, mostra sicurezza “Non me ne può fregare di meno, ciò non toglie che si tratti di un fatto allucinante, di una violazione pesante” -dice- “Cosa sarebbe accaduto se le e-mail violatefossero state, ad esempio, quelle di Brunetta o di altri esponenti di spicco di altri partiti?”.
Dai parlamentari a cinque stelle, pur pesantemente colpiti nella propria intimità, nessuna parola contro la Rete “Sarebbe come prendersela con le strade se avvengono incidenti”.
Sulla questione è intervenuto ieri sera anche Beppe Grillo “Gentili Presidenti” -ha scritto, riferendosi a Grasso ed alla Boldrini- “i reati commessi attraverso il web, proprio in quanto reati, sono già punibili per legge; perchè questa attenzione morbosa per al web? Non bisogna invocare alcuna legge speciale, né alcun controllo della Rete, mainvestire in innovazione e ricerca per favorire la banda larga, l'accesso e la conoscenza ed alla cultura di rete e, contemporaneamente, far rispettare le leggi vigenti”.

GOVERNO LETTA: BUFERA SULLA NOMINA DELLA “OMOFOBA” BIANCOFIORE ALLE PARI OPPORTUNITA'

Tutto l'associazionismogay si è scagliato ieri contro il governo Letta per la scelta di nominare sottosegretario alle Pari Opportunità la deputata altoatesina del Pdl Michaela Biancofiore.
La levata di scudi  è stata in gran parte dovuta al fatto che, in passato, la Biancofiore era assurta alle cronache soprattutto per alcune sue dichiarazioni del tipo “Chi va con i trans ha seri problemi”, oppure “Purtroppo qualcuno nasce con una natura diversa, che tra l'altro non ti fa avere una vita facile”.
La comunità gay italianaè letteralmente infuriata “Francamente ci sfugge l'idoneità della nomina a sottosegretario alle Pari Opportunità di una suffragetta omo-transfobica come Michaela Biancofiore" -commenta il presidente di Arcigay, Flavio Romani- “la berlusconiana di ferro, oltre che ferocemente contraria alle nozze gay, ha definito “problematici” gli affetti propri delle persone trans, mentre quelli omosessuali configurerebbero, tutt'al più, una “natura diversa e difficile”.
Arcigay non si ferma qui e preannuncia addirittura una procedura d'infrazione nei suoi confronti per transfobia, con la richiesta di revoca della nomina a sottosegretario della parlamentare”.
Il presidente Aurelio Mancuso di Equitality Italia, riferendosi sempre alla nomina a sottosegretario di Biancofiore, riferisce in questi termini il proprio disappunto “Una nomina che suscita incredulità, in questi anni, a differenza di altre sue colleghe di partito, la Biancofiore si è distinta per le sue dichiarazioni di scherno e di avversione nei confronti delle persone omosessuali e transessuali, che hanno rappresentato fonte di imbarazzo anche tra le fila del suo partito”.
Gli fa eco Franco Grillini, presidente di Gaynet, che così argomenta “L'amazzone berlusconiana è nota alle cronache per le sue dichiarazioni contro i diritti delle coppie omosessuali, non si comprende quindi la ratio di una nomina in un Ministero che si occupa di diritti civili, anche delle persone omosessuali”.
Michaela Biancofiore
Ed infine Arcilesbica “Non fa certo ben sperare la nomina a sottosegretario della Biancofiore che, fra l'altro, era arrivata a lodare la normalità dei costumi sessuali di Silvio Berlusconi, rispetto a chi chiede i matrimoni omosessuali”.
Come risponde la neo sottosegretario alle Pari Opportunità a queste più che esplicite e sostanziate contestazioni nei suoi confronti?
Michaela Biancofiore ha scelto di rimandare tutte le accuse ai mittenti, sentendosi lei stessa vittima di una “discriminazione preventiva, ingiustificata, fondata su presunte dichiarazioni fuori contesto e malamente estrapolate”.
Aggiungendo poi “Spiace che questi attacchi siano provenuti da parte di coloro che si professano campioni di tolleranza e rispetto, che sarebbe stato bello avessero impiegato il loro tempo a pronunciarsi per una volta sugli ennesimi femminicidi avvenuti in questi giorni nel nostro Paese” -concludendo infine- “Sappiano tutti loro che non mi lascerò intimidire e che mi occuperò, con l'impegno e la passione di sempre, di lotta contro tutte le discriminazioni, dell'empowerment femminile, delle politiche giovanili e dello sport in perfetta sintonia con la linea politica del Ministro Josefa Idem.
E qualcuno osa ancora mettere in dubbio che in questo governo siano rappresentati, metaforicamente parlando, sia il diavolo che l'acqua santa?

Thursday, May 2, 2013

Un presidente che non ama leggere: però toglie l'Iva sui libri

Non bisogna per forza essere amanti dei libri, o appassionati di lettura, per capire quanto questa attività faccia bene non solo all'individuo, ma all'intera società.
Lo dimostra il  presidente della Bolivia, Evo Morales, il quale, proprio in concomitanza con il via libera deciso dal Tribunale costituzionale per il suo  terzo mandato, ha fatto una "imbarazzante" ammissione. Infatti, Morales ha dichiarato candidamente di non amare affatto la lettura, e di sfogliare solo svogliatamente le pagine dei libri che gli vengono occasionalmente regalati.
Le sue dichiarazioni sono state pubblicate su numerose importanti riviste, come "El Mundo" e in Italia da "La Stampa", al fianco però di ben altre dichiarazioni. Il presidente aggiunge infatti di essere dispiaciuto di questo, ma di non sapere davvero come fare per far nascere in sè questa passione. Ma, rendendosi conto di quanto le politiche nazionali possano contribuire alla diffusione dell'abitudine a leggere, ha già preso alcune importanti decisioni in tal senso.
Si tratta per lo più di misure di tipo economico: ha infatti deciso di abolire l'Iva sulla vendita dei libri nazionali e stranieri, azione che avrà come risultato un abbassamento di circa il 16% dei costi di copertina.
Ma non è tutto qui: Morales si propone anche di intervenire sul sistema bibliotecario, creandone uno nazionale che possa essere costantemente aggiornato, cosa che ad oggi in Bolivia non esiste, eccezion fatta per le città più grandi.
La singolare discrepanza tra le propensioni personali del presidente, e le sue decisioni istituzionali, dimostrano come sia sempre più in atto una sensibilizzazione circa il reale peso che la lettura ha nella formazione delle coscienze civili. 
Promuovere la lettura, il mercato librario e la libera circolazione dei volumi da parte di uno stato, infatti, significa aver compreso come la crescita possibile sia non solo di rilevanza socio-culturale, ma economica.
Ben vengano allora dirigenti che ammettano pure di non leggere, ma che facciano di tutto affinchè le future generazioni invece possano sfruttare appieno questa grande risorsa culturale.

Wednesday, May 1, 2013

VENEZUELA: MAXI RISSA E SCAZZOTTATA IN PARLAMENTO

Sembra che la baraonda sia scoppiata dopo che il Presidente dell'Assemblea Nazionale Diosdado Cabello ha tolto la parola agli esponenti dell'opposizione, che contestavano l'elezione di Nicolas Maduro, già delfino dello scomparso presidente Chavez, a nuovo capo di Stato del Venezuela.
Nella seduta di ieri, infatti, alcuni parlamentari avevano srotolato uno striscione con la scritta “Golpe al Parlamento” e, secondo quanto riferito dall'opposizione, subito dopo sette di loro sono stati attaccati e presi a calci e pugni nell'aula.
La situazione si sarebbe fatta incandescente quando il Presidente dell'Assemblea NazionaleCabello pare abbia chiesto ad uno di loro “Le chiedo, signor deputato, riconosce Nicolas Maduro? Se dice di no, non avrà il diritto di parlare nell'assemblea”.
La versione dei parlamentari di maggioranza respinge questa ricostruzione, facendo ricadere sui rappresentanti del Partito “Primero Justicia” la responsabilità di aver scatenato i tafferugli.
Durante gli scontri sono stati lanciati computer portatili e tavolini e un parlamentare è stato colpito alla testa con una sedia.
Comunque che siano andate le cose, la maxi rissa scoppiata nel Parlamento dello stato sudamericano, con scazzottata annessa, ha coinvolto parecchi deputati, fra i quali anche anche Julio Borges, uno dei leader del partito d'opposizione “Primero Justicia” guidato da Henrique Capriles.
Uscito malconcio e con i segni evidenti di un vero e proprio “pestaggio” Borges si è rivolto alle televisioni ed ai giornalisti presenti “Andremo avanti con la nostra battaglia” -ha dichiarato- “avanzando millimetro dopo millimetro, per dare un'opportunità al Venezuela del futuro, è per questa ragione che hanno fatto ricorso alla violenza, perché stiamo per trionfare”.
Gli fa eco il 40enne Henrique Capriles, che ha accusato di frode il governo chiedendo di verificare manualmente i voti delle elezioni del 14 aprile scorso, che hanno infiammato le piazze “Ci avete rubato le elezioni, questa è la verità”.
Giusto per la cronaca, Nicolas Maduro, il delfino designato da Hugo Chavez, ha avuto la meglio con una risicatissima maggioranza che, in termini percentuali è stata solo dell'1,49%.
Henrique Capriles, avversario di Maduro, ha fatto sapere che intende portare la sua contestazione al risultato elettorale fin sui banchi della Corte Suprema del Paese, con l'obiettivo di tornare presto alle urne.

Tuesday, April 30, 2013

M5S E ATTENTATO A PALAZZO CHIGI: I COMMENTI "PROVOCATORI" LASCIATI SUL BLOG DI BEPPE GRILLO

L'attentato di Palazzo Chigi ha suscitato diverse reazioni nel mondo politico, naturalmente di condanna nei confronti del gesto compiuto da Luigi Preiti: gli esponenti dei vari partiti hanno espresso la loro preoccupazione per il futuro del nostro Paese ed hanno già annunciato un rafforzamento delle scorte al proprio seguito per tutelare la propria incolumità fisica; a questo proposito, nei prossimi giorni, verranno indette delle riunioni straordinarie nelle varie Prefetture.

Tornando alle reazioni politiche, c'era particolare interesse per i commenti in merito all'episodio di Palazzo Chigi sul blog di Beppe Grillo da parte dei suoi numerosissimi lettori: i simpatizzanti del Movimento Cinque Stelle si sono scatenati, esprimendo le proprie opinioni in maniera spesso bizzarra e contradditoria.
C'è chi ha mostrato solidarietà ai Carabinieri ma c'è anche chi "inneggia" all'attentatore rimproverandolo solo di aver "sbagliato" l'obiettivo...

Ecco qui di seguito alcuni di questi "curiosi" giudizi: 


L'unico errore commesso è stato quello di aver colpito i CC e non i Politici.......

Peccato, davvero peccato che al posto dei caramba (che poveri, non centrano un c....) non abbia sparato su uno di questi bastardi del PDL/PD-L!!!! Se finalmente spirasse uno di questi pezzi di m..., forse si toglierebbero dai c.........

mi sa' che era tutto preparato per poi dare la colpa al movimento 5 stelle................. mi ricorda un po' le brigate rosse,quando c'era da far sparire qualche personaggio scomodo

Dopo l’attentato ai carabinieri davanti a palazzo chigi anche i dissidenti PD sono costretti a votare la fiducia al governo para democristiano di letta, con grande soddisfazione di MAFIA, MASSONERIA P2, BERLUSCONI & C, CURIA VATICANA, SERVIZI DEVIATI, LOBBY VARIE, ECC

Io invece spero di no , non ho nulla verso i carabinieri ma verso lo stato si,questa persona che ha avuto il coraggio di affrontare lo stato io lo ammiro perché è stato capace di mettere in azione quello che molti di noi pensa dalla mattina alla sera senza mai agire, spero che questa sia una miccia verso lo stato il pd il pdl e tutti i corrotti del c.... che dalla mattina alla sera sono in televisione a prenderci per il c...

Questo episodio è la risposta del POTERE alla manifestazione contro l'inciucio di alcuni giorni fà, quando la
gente è stata sul punto di entrare in parlamento. Con la scusa di questa sparatoria (sicuramente preparata ad
hoc dai servizi) intensificheranno i controlli e sarà ancora più difficile avvicinarsi ai luoghi del Potere.

Non dimentichiamo gli insegnamenti della strage di Piazza Fontana (strage di Stato) in quell'epoca usata
per responsabilizzare gli anarchici. Riflettiamo: l'altro giorno Berlusconi ed Aznar erano al cospetto dei 5 Presidenti Americani!
Adesso che è successo quello che giá stava nell'aria questi sporchi schifosi politici che hanno mandato alla sfascio l'Italia (peccato che non hanno preso uno di loro, ma un povero carabiniere che non c'entrava nulla) se la prendono con la sinistra estrema cominciassero ha governare senza RUBARE

Purtroppo ci rimettono sempre gli innocenti!! sarebbe meglio raddrizzare la mira

Solidarietà ai Carabinieri!!! Non capisco perché non abbia sparato ai politici oppure ai neo ministri. Proprio perché si tratta di un gesto isolato, esprime la misura della sua incontrollabilità' e della nostra disperazione. Di certo non avremo benefici da questo governo di parassiti!!!

Ma basta con questo buonismo qui  si devono prendere le armi e cacciarli tutti sti bastardi!!!

Ogni Stato ha i "rivoluzionari" che si merita!!! Onore e gloria ai due Carabinieri feriti, che per tutelare le nostre istituzioni e un gruppo di "personaggi" incapaci, hanno pagato sulla propria pelle, errori a loro non imputabili. Vogliamo almeno noi impedire a questo governucciolo di condurci verso la rovina ???

Quando ho sentito la notizia , ho subito capito due cose ........
1.Addebitare tutto a un "Folle" ...
2.Addebitare tutto al M5S ....
3.La dichiarazione di Alfano ....
anche un bambino ormai riesce a capire quale sia la "arcinota" strategia di questa casta di Ladri e Buffoni .....
Forza BEPPE !

Politica: il discorso di Enrico Letta alla Camera

Enrico Letta, nuovo Presidente del Consiglio, ha pronunciato il suo discorso alla Camera. I suoi temi sono stati: un governo al servizio dell’Italia e dell’Europa, le risorse per la crescita: giovani e territorio, priorità al lavoro, la riforma della politica, la riforma delle istituzioni e la nuova Europa.

 Il discorso
Signora presidente, onorevoli deputati,
Appena una settimana fa il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, pronunciava il suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica. A lui consentitemi di rivolgere nuovamente un sincero ringraziamento per lo straordinario spirito di dedizione alla nostra comunità nazionale con il quale ha accettato la rielezione per il secondo mandato.
Voglio inoltre ringraziare i Presidente del Senato, Pietro Grasso, e della Camera, Laura Boldrini, per la collaborazione offerta nella fase di consultazione in questo primissimo avvio dell’esperienza di governo.
Quella del presidente Napolitano è stata – lo sappiamo – una “scelta eccezionale”. Eccezionale perché tale è il momento che l’Italia e l’Europa si trovano a vivere oggi. Di fronte all’emergenza il presidente della Repubblica ci ha invitato a parlare il linguaggio della verità. Ci ha chiesto di offrire in extremis, al Paese e al mondo, una testimonianza di volontà di servizio e senso di responsabilità. Ci ha concesso un’ultima opportunità. L’opportunità di dimostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione. Degni di servire il Paese – attraverso l’esempio, il rigore, le competenze – in una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria.
Il testo del discorso di Enrico Letta alla Camera
Accogliendo il suo appello intendo rivolgermi a voi proprio con il linguaggio “sovversivo” della verità. Confessandovi che avverto, fortissimi in questo momento la consapevolezza dei miei limiti e il peso della mia personale responsabilità, ma impegnandomi a fare di tutto affinché le mie spalle siano larghe e solide al punto da reggere, nelle vesti di presidente del Consiglio di un Governo che richiede, qui e oggi, la fiducia del Parlamento.
Infine, non potrei iniziare questo discorso, in un passaggio cosi impegnativo, senza un accenno personale ed esprimere un senso di gratitudine profonda verso chi con generosità e senso antico della parola “lealtà” mi sostiene anche in questo difficile passaggio: Pier Luigi Bersani.

Un governo al servizio dell’Italia e dell’Europa
La prima verità è che la situazione economica dell’Italia è ancora grave. Abbiamo accumulato in passato un debito pubblico che grava come una macina sulle generazioni presenti e future, e che rischia di schiacciare per sempre le prospettive economiche del Paese. Il grande sforzo di risanamento compiuto dal precedente Governo, guidato dal senatore Mario Monti, è stato premessa della crescita in quanto la disciplina della finanza pubblica era e resta indispensabile per contenere i tassi di interesse e sventare possibili attacchi finanziari. Il mantenimento degli impegni presi con il Documento di Economia e Finanza è necessario ad uscire, quanto prima, dalla procedura di disavanzo eccessivo e per recuperare margini di manovra all’interno dei vincoli europei. Nelle sedi europee e internazionali l’Italia si impegnerà poi per individuare strategie per ravvivare la crescita senza compromettere il processo di risanamento della finanza pubblica.
L’Europa è in crisi di legittimità ed efficacia proprio quando tutti i Paesi membri e tutti i cittadini ne hanno più bisogno. L’Europa può tornare ad essere motore di sviluppo sostenibile – e quindi di speranza e di costruzione di futuro – solo se finalmente si apre. Il destino di tutto il continente è strettamente legato. Non ci possono essere vincitori e vinti se l’Europa fallisce questa prova. Saremmo tutti perdenti: sia nel Sud che nel Nord del continente.
È per questo che se otterrò la vostra fiducia, immediatamente visiterò in un unico viaggio Bruxelles, Berlino e Parigi per dare subito il segno che il nostro è un governo europeo ed europeista.
La risposta, dunque, è una maggiore integrazione verso un’Europa Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata integrazione, il rischio di un’unione monetaria senza unione politica e unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi cinque anni ci ha mostrato. Questo Parlamento ha già dimostrato di poter trovare intese per dare all’Europa un contributo italiano innovativo. Questo è avvenuto nel sostegno all’azione europea del governo Monti e nell’elaborazione di posizioni comuni come quella elaborata dai colleghi Baretta, Brunetta e Occhiuto in vista del Consiglio Europeo del giugno scorso. Da quelle premesse politiche ripartiremo.
Le premesse macroeconomiche sono quelle dell’euro e della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi.

Le risorse per la crescita: giovani e territorio
Di solo risanamento l’Italia muore. Dopo più di un decennio senza crescita le politiche per la ripresa non possono più attendere. Semplicemente: non c’è più tempo. Tanti cittadini e troppe famiglie sono in preda alla disperazione e allo scoramento. Pensiamo alla vulnerabilità individuale che nel disagio e nel vuoto di speranze rischia, di tramutarsi in rabbia e in conflitto, come ci ricorda lo sconcertante fatto avvenuto ieri stesso dinanzi a Palazzo Chigi. Ieri andando a visitare in ospedale il brigadiere Giangrande ferito gravemente insieme al carabiniere scelto Negri, sono stato impressionato dalla forza e dalla fermezza della figlia Martina. Il Parlamento deve stringersi a lei in questo momento. E il parlamento deve stringersi anche all’arma dei carabinieri e a tutte le forze dell’ordine per il servizio continuo, silenzioso, encomiabile, spesso in condizioni disagiate, svolto nell’interesse della nazione in Italia e all’estero.
Senza crescita e coesione l’Italia è perduta. Il Paese, invece, può farcela. Ma per farcela deve ripartire. E per ripartire tutti devono essere motori di questa nuova energia positiva. L’architrave dell’esecutivo sarà l’impegno a essere seri e credibili sul risanamento e la tenuta dei conti pubblici. Basta coi debiti che troppe volte il nostro Paese ha scaricato sulle spalle e la vita delle generazioni successive. Quelle nuove, di generazioni, hanno imparato sulla propria pelle e non faranno lo stesso con i propri figli.
Ecco perché la riduzione fiscale senza indebitamento sarà un obiettivo continuo e a tutto campo. Anzitutto, quindi, ridurre le tasse sul lavoro, in particolare su quello stabile e quello per i giovani neo assunti. Poi una politica fiscale della casa che limiti gli effetti recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia, con includere incentivi per ristrutturazioni ecologiche e affitti e mutui agevolati per giovani coppie. E poi bisogna superare l’attuale sistema di tassazione della prima casa: intanto con lo stop ai pagamenti di giugno per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme e applicare rapidamente una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti.
Misure ulteriori dovrebbero essere il pagamento di parte dei debiti delle Amministrazioni pubbliche; l’allentamento del Patto di stabilità interno; la rinuncia all’inasprimento dell’Iva; l’aumento delle dotazioni del Fondo Centrale di Garanzie per le piccole e medie imprese e del Fondo di Solidarietà per i mutui. Ma questi provvedimenti – sebbene necessari nel breve termine – non sono sufficienti.
La crescita economica di un paese richiede una strategia complessa, che eviti dispersione a pioggia delle poche risorse e che possa innescare meccanismi virtuosi. Per questo è necessario una sintonia tra le azioni del Governo e quelle delle banche e delle imprese, che debbono essere mirate ad una crescita di lungo periodo degli attori economici per superare gli annosi ritardi dell’Italia in termini di crescita della produttività e della competitività. Il Governo deve accompagnare questa crescita e rimanere a fianco delle imprese anche e soprattutto quando queste si impegnano all’estero nell’arena globale.
Un importante argomento di contesto concerne la giustizia, in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare. Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla corruzione, che distorce regole e incentivi. Questo riguarda anche la giustizia nel suo complesso. La giustizia deve essere giustizia innanzitutto per i cittadini. La ripresa ritornerà anche se i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi e al merito delle decisioni della giustizia italiana. E tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell’uomo. Ricordiamoci sempre che siamo il paese di Cesare Beccaria!
Dobbiamo liberare le energie migliori del Paese. Non partiamo da zero, ma da due grandi risorse. Prima di tutto, i giovani. “Scommettete su cose grandi” ha detto proprio ieri Papa Francesco rivolto a loro. E noi abbiamo gli strumenti per aiutarli. Quello generazionale non è certo solo un tema attinente al rinnovamento della classe dirigente, come troppo spesso emerge nel dibattito pubblico. È una questione drammatica che scontano sulla propria pelle milioni di giovani. Segnala bassi tassi di istruzione e di occupazione, porta con sé lo sconforto, e anche la rabbia, di chi non studia né lavora. Chiediamoci quanti bambini non nascono ogni anno, in Italia, per la precarietà che limita le scelte delle famiglie giovani. Non è solo demografia, è una ferita morale. Perché non devono esistere generazioni perdute, perché solo i giovani possono ricostruire questo Paese: le loro nuove esperienze e competenze ci raccontano un mondo che cambia, il loro mondo. Rinunciare ad investire su di loro è un suicidio economico. Ed è la certezza di decrescita, la più infelice.
Semplificheremo e rafforzeremo l’apprendistato, che ha dato buoni risultati in paesi vicini. Un aiuto può venire da modifiche alla legge 92/2012, quali suggerite dalla Commissione dei saggi istituita dal presidente della Repubblica, che riducano le restrizioni al contratto a termine, finché dura l’emergenza economica. Aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato, con defiscalizzazioni o con sostegni ai lavoratori con bassi salari, condizionati all’occupazione, in una politica generale di riduzione del costo del lavoro e del peso fiscale. Non bastano incentivi monetari. Occorre prendersi cura dei giovani, volgendo il disagio in speranza, puntando su orientamento e stimolo all’imprenditorialità. E occorre percorrere la strada europea tracciata dal programma Youth guarantee, per garantire effettivi sbocchi occupazionali.
Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cécile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse.
La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Bisogna finalmente dare piena attuazione all’art. 34 della Costituzione, per il quale «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». L’uguaglianza più piena e destinata a durare nelle generazioni è oggi più che mai l’uguaglianza delle opportunità.
Per rilanciare il futuro industriale del Paese, bisogna scommettere sullo spirito imprenditoriale e innovare e investire in ricerca e sviluppo. Per questo intendiamo lanciare un grande piano pluriennale per l’innovazione e la ricerca, finanziato tramite project bonds. La ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale. Si tratta di fare una politica industriale moderna, che valorizzi i grandi attori ma anche e soprattutto le piccole e medie imprese che sono e rimarranno il vero motore dello sviluppo italiano. Oltre all’alta tecnologia bisogna investire su ambiente ed energia. Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente, migliorando la selettività degli strumenti esistenti di incentivazione, in un’ottica organica con visione di medio e lungo periodo. Sempre con riguardo ai settori energetici, va completato il processo di integrazione con i mercati geografici dei Paesi europei confinanti. Questo implica, per l’energia elettrica, il completamento del cosiddetto market coupling e, per il gas, il completo riallineamento dei nostri prezzi con quelli europei e la trasformazione del nostro Paese in un hub.E’ chiaro che episodi come quello dell’ILVA di Taranto non sono più tollerabili.
Tutta l’impresa italiana, per crescere, ha bisogno di più semplicità, di un’alleanza tra la pubblica amministrazione e la società, senza tollerare le sacche di privilegio. La burocrazia non deve opprimere la voglia creativa degli italiani ed è per questo che bisognerà rivedere l’intero sistema delle autorizzazioni. Bisogna snellire le procedure e avere fiducia in chi ha voglia di investire, creare, offrire posti di lavoro.
Non si possono più chiedere sacrifici sempre e soltanto ai «soliti noti». I sacrifici sono socialmente sostenibili solo se sono ispirati ad un principio di equità. Questo significa coniugare una ferrea lotta all’evasione con un fisco amico dei cittadini, senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata.
L’altra grande risorsa è l’Italia stessa. Bellezza senza navigatore. La nostra tendenza all’autocommiserazione è pari solo all’ammirazione che l’Italia suscita all’estero. Molti stranieri vogliono bagnarsi nei nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano. L’Italia e il made in Italy sono le nostre migliori ricchezze. E’ per questo che uno dei primi atti del Governo sarà quello di nominare il Commissario unico per l’Expo, una grande occasione che non dobbiamo mancare. A questo fine nei prossimi giorni sarò a Milano a presentare il decreto per partire per l’ultimo miglio di questo evento strategico.
Per questo dobbiamo rilanciare il turismo e, soprattutto, attrarre investimenti. Rimuoviamo quegli ostacoli che fanno sì che l’Italia per molti non sia una scelta di vita. Questo significa puntare sulla cultura, motore e moltiplicatore dello sviluppo, o sulle straordinarie realtà dell’agro-alimentare. Questo significa valorizzare e custodire l’ambiente, il paesaggio, l’arte, l’architettura, le eccellenze enogastronomiche, le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali.
Questo vuol dire anche valorizzare il nostro grande patrimonio sportivo. La pratica dello sport significa prevenzione dalle malattie, lotta contro l’obesità, formazione a stili di vita sani, lealtà e rispetto delle regole. Dobbiamo impegnarci per diffondere la pratica sportiva sin dalle scuole elementari con un piano di edilizia scolastica su tutto il territorio nazionale.
L’intraprendenza dei giovani e la bellezza dei territori sono d’altra parte due risorse cruciali per il Mezzogiorno. In entrambi i casi un patrimonio dissipato, un giacimento inutilizzato di potenzialità. Dobbiamo mettere in condizione il Sud di crescere da solo, annullando i divari infrastrutturali e di ordine pubblico che l’hanno frenato, puntando sulle nuove imprese, in particolare le industrie culturali e creative, e sulla buona gestione dei fondi europei, come quella che ha caratterizzato l’operato del governo Monti.
Dobbiamo, soprattutto, evitare di continuare a mettere la testa sotto la sabbia come struzzi e riconoscere che il divario tra Nord e Sud del Paese è non un accidente storico o una condanna, ma il prodotto di decenni di inadempienze da parte delle classi dirigenti, a livello nazionale come a livello locale. E’ il risultato dell’azione della criminalità organizzata che, certo presente anche nel resto del Paese – in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e quasi militare del territorio. E questo nonostante lo spirito di servizio e il sacrificio di tanti servitori dello Stato – magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine anzitutto – che troppo spesso abbiamo avuto la responsabilità di lasciare soli. Anche per questo dobbiamo dare effettiva concretezza al valore della specificità della professione svolta dal personale in divisa delle Forze Armate e della Polizia.

Priorità al lavoro
Ma permettetemi di soffermarmi un attimo sulla grande tragedia di questi tempi che d’altronde al Sud tocca punte di desolazione e allarme sociale: la questione del lavoro. È e sarà la prima priorità del mio governo. Solo col lavoro si può uscire da quest’incubo di impoverimento e imboccare la via di una crescita non fine a se stessa, ma volta a superare le ingiustizie e riportare dignità e benessere. Senza crescita, anche gli interventi di urgenza su cui ci siamo impegnati e che qui ribadisco – rifinanziamento delle casse integrazioni in deroga, superamento del precariato anche nella pubblica amministrazione – sarebbero insufficienti. In particolare, con i lavoratori esodati la comunità nazionale ha rotto un patto, e la soluzione strutturale di questo tema è un impegno prioritario di questo Governo.
Mai come oggi occorre fiducia reciproca: imprese e lavoratori devono agire insieme e superare le contrapposizioni che in passato ci hanno frenato. Sono sicuro che come in tanti momenti critici della vita della Repubblica i sindacati saranno protagonisti. Il governo vuole aprire la strada con proposte che approfondiremo insieme: ampliare gli incentivi fiscali a chi investe in innovazione, sostenere l’aggregazione e internazionalizzazione delle Pmi, dare più credito a chi lo merita, garantire il pagamento dei debiti alle imprese, semplificare e rimuovere gli ostacoli burocratici che frenano lo spirito d’impresa.
Dobbiamo anche valorizzare il lavoro autonomo e le libere professioni, che in una società postindustriale rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Le misure di liberalizzazione orami sono state adottate. Ora bisogna lavorare tutti insieme per formare e dare opportunità ai giovani, innalzare la qualità, servire al meglio i clienti.
Anche sull’occupazione femminile occorre fare molto di più. La maggiore presenza delle donne nella vita economica, sociale e politica dà già straordinari contributi alla crescita del paese, ma siamo lontani dagli obiettivi europei. Non siamo ancora un paese delle pari opportunità. La carenza di servizi scarica sulle donne compiti insostenibili, aggravati in alcuni casi da una crescita insopportabile delle violenze contro le donne.
La riforma del nostro welfare richiede azioni di ampio respiro per rilanciare il modello sociale europeo. Il welfare tradizionale, schiacciato sul maschio adulto e su pensioni e sanità, non funziona più. Non stimola la crescita della persona e non basta a correggere le disuguaglianze. Non occorrono isterismi. Occorre un cambiamento radicale: un welfare più universalistico e meno corporativo, che sostenga tutti i bisognosi, aiutandoli a rialzarsi e a riattivarsi. Per un welfare attivo, più giovane e al femminile, andranno migliorati gli ammortizzatori sociali, estendendoli a chi ne è privo, a partire dai precari; e si potranno studiare forme di reddito minimo, soprattutto per famiglie bisognose con figli.
Hanno trovato largo consenso parlamentare nei mesi passati le proposte su incentivi al pensionamento graduale con part time misto a pensione, con una “staffetta generazionale” per la parallela assunzione di giovani. Inoltre, per evitare il formarsi di bacini estesi di lavoratori anziani di difficile ricollocazione, studieremo forme circoscritte di gradualizzazione del pensionamento, come l’accesso con 3-4 anni di anticipo al pensionamento con una penalizzazione proporzionale.
Dobbiamo poi ricordarci che l’Italia migliore è un’Italia solidale. È per questo che il governo non può che valorizzare la rete di protezione dei cittadini e dei loro diritti, con misure tese al miglioramento dei servizi, da quelli sanitari a quelli del trasporto pubblico, locale e pendolare, con una particolare attenzione per i disabili e i non autosufficienti.
Vorrei a questo proposito rendere omaggio alle donne e agli uomini che ogni giorno consentono al nostro paese di godere di questa solidarietà e che mantengono unito il nostro tessuto sociale: i servitori dello Stato – quelli che rischiano la vita per proteggere le istituzioni, quelli che lavorano nella sanità per salvare delle vite, quelli che aiutano i nostri figli a crescere – ma anche gli operatori del volontariato, della cooperazione, del terzo settore e della galassia del 5 per 1000. È l’esempio che giornalmente viene dato da queste persone che ci fa riscoprire il valore del servizio pubblico.
Una speciale menzione merita la protezione civile, che ha dato una straordinaria prova nei terremoti in Abbruzzo e in Emilia e che ci ricorda che abbiamo un impegno alla prevenzione, con un piano di manutenzione contro il dissesto idrogeologico e la lotta all’abusivismo.

La riforma della politica
Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica. Non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della politica e del nostro modo di percepirci come comunità.
La ricostruzione però può partire solo da un esercizio autentico, non simulato, di autocritica. La verità è che la politica ha commesso troppi errori. Si è erosa, giorno dopo giorno, la credibilità della politica e delle istituzioni, vittime di un presentismo – vale a dire dell’ossessione del consenso immediato – che bloccato il Paese.
Ancora: non abbiamo compreso quanto le legittime istanze di innovazione, partecipazione, trasparenza, sottese alla rivoluzione del web, potessero tradursi in un oggettivo miglioramento della qualità della nostra democrazia rappresentativa anziché sfociare nel mito o nell’illusione della democrazia diretta.
Oggi abbiamo dinanzi un’altra sfida, ancora più complessa: quella dell’autorevolezza. L’autorevolezza del potere che non ha più, come in passato, il monopolio delle informazioni, ma deve avere il profilo e le competenze per discernere il vero dal falso nel flusso enorme di informazioni presenti nella Rete. L’autorevolezza di chi non si accontenta della verosimiglianza e del sentito dire, ma sceglie sempre e solo la verità e ha il coraggio e la pazienza di raccontarla ai cittadini, anche se dolorosa o brutale.
Per cominciare, bisogna recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio e, infine, la banalità della gestione di un buon padre di famiglia. Ognuno deve fare la sua parte. A questo fine, per dare l’esempio, il primo atto del Governo sarà quello di eliminare con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità.
Nessuno, ripeto nessuno, può sentirsi esentato dal dovere dell’autorevolezza. Nessuno può considerarsi fino in fondo assolto dall’accusa di aver contaminato il confronto pubblico con gesti, parole, opere o omissioni. Con 11 milioni e mezzo di cittadini che hanno deciso di non votare, alle elezioni dello scorso febbraio, quello dell’astensione è risultato essere il primo partito. Non era mai accaduto prima: due milioni in più rispetto al 2008, quattro rispetto al 2006. Su questo sfondo la riduzione dei costi della politica diventa un dovere di credibilità. Pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari. Non rimborsi ma finanziamento mascherato.
Per di più di ammontare decisamente troppo elevato, come la Corte dei Conti ha recentemente confermato: 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 al 2012, a fronte di spese certificate di circa mezzo miliardo.E’, questa , solo una delle conferme del fatto che il sistema va rivoluzionato. Partiamo dunque dal finanziamento pubblico ai partiti, abolendo la legge troppo timida approvata l’anno scorso e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali. Occorre poi avviare percorsi che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività politica dei partiti.
È però anche importante collegare il tema del finanziamento a quello della democrazia interna ai partiti, attuando finalmente i principi sulla democrazia interna incorporati nell’art. 49 della Costituzione, stimolando la partecipazione dei militanti e garantendo la trasparenza delle decisioni e delle procedure.Rivendico con forza l’importanza di un temporaneo «governo di servizio al paese» tra forze sicuramente lontane e diverse tra loro. Credo che non sia facile votare insieme da posizioni così eterogenee, ma proprio per questo credo che questa sia una scelta che meriti rispetto anche da chi non la condivide perché non è motivata dall’interesse particolare ma da principi più alti di coesione nazionale. Questo è il senso del messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere. Non dobbiamo avere paura di fare il nostro dovere per l’Italia. Noi dobbiamo dare il nostro contributo a ricostruire un patto di fiducia, a ritrovare il senso di una missione comune. Come italiani, si vince o si perde tutti insieme.
Sicuramente è e deve essere un’eccezione la convergenza di forze politiche che si sono presentate come alternative alle elezioni. Ma è eccezionale che dalle urne, anche a causa della legge elettorale, non sia uscita alcuna maggioranza; è eccezionale l’emergenza economica che il governo dovrà affrontare; è eccezionale il fatto che sia necessario riscrivere alcune regole costituzionali. Credo quindi che le forze politiche che sostengono il governo stiano dimostrando un grande senso di responsabilità e di attaccamento alle istituzioni. Vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta, sempre più esausta, delle risse inconcludenti.Ho imparato da Nino Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni, e politiche, intese come soluzioni concrete ai problemi comuni. Se in questo momento ci concentriamo sulla politica, le nostre differenze ci immobilizzeranno. Se invece ci concentriamo sulle politiche, allora potremo svolgere un servizio al paese migliorando la vita dei cittadini.
È per questo che intendo appellarmi alla responsabilità dei partiti e dei movimenti perché ritengo centrale il ruolo del Parlamento, con una continua interlocuzione con le forze politiche che non sostengono il Governo e con la creazione di luoghi permanenti di codecisione, ai quali parteciperò personalmente, tra il governo e le forze politiche che lo sostengono.

La riforma delle istituzioni
L’appello alla responsabilità e alla capacità di trovare terreni di convergenza è ancora più pressante nel nostro compito di riformare le istituzioni, anche perché auspico che per la scrittura delle regole che riguardano la vita democratica di tutti il fronte si allarghi anche alle forze che non hanno intenzione di sostenere il governo in modo organico, che devono partecipare pienamente al processo costituente.Vedo oggi una via stretta, ma possibile, per una riforma anche radicale del sistema istituzionale e del sistema politico.Un imperativo deve essere chiaro a tutti noi fin dal primo momento: in questa materia negli ultimi decenni abbiamo assistito troppe volte all’avvio di percorsi riformatori che si presentavano come risolutori, che nelle intenzioni anche sincere di chi li proponeva, promettevano di regalarci istituzioni più efficienti e capaci di decidere, oltre che maggiormente vicine ai cittadini, e che invece si sono infranti contro veti reciproci, chiusure partigiane, prese di posizione strumentali e contrapposizioni dannose nonostante i reiterati richiami del Presidente della Repubblica.
Al fine di sottrarre la discussione sulla riforma della Carta fondamentale alle fisiologiche contrapposizioni del dibattito contingente, sarebbe bene che il Parlamento adottasse le sue decisioni sulla base delle proposte formulate da una Convenzione, aperta alla partecipazione anche di autorevoli esperti non parlamentari e che parta dai risultati della attività parlamentare della scorsa legislatura e dalle conclusioni del Comitato di saggi istituito dal Presidente della Repubblica. La Convenzione deve poter avviare subito i propri lavori sulla base degli atti di indirizzo del Parlamento, in attesa che le procedure per un provvedimento Costituzionale possano compiersi.
Dal momento che questa volta l’unico sbocco possibile per questo tema è il successo nell’approvazione delle riforme che il paese aspetta da troppo tempo, fra 18 mesi verificherò se il progetto sarà avviato verso un porto sicuro. Se avrò una ragionevole certezza che il processo di revisione della Costituzione potrà avere successo, allora il nostro lavoro potrà continuare. In caso contrario, se veti e incertezze dovessero minacciare di impantanare tutto per l’ennesima volta, non avrei esitazioni a trarne immediatamente le conseguenze.
La moralità della politica è quella di prendere le decisioni che i cittadini si attendono, e di rispettare gli impegni presi di fronte al paese e alle istituzioni.
L’obiettivo complessivo è quello di una riforma che riavvicini i cittadini alle istituzioni, rafforzando l’investitura popolare dell’esecutivo e migliorando efficienza ed efficacia del processo legislativo. I principi che devono guidarci sono quelli di una democrazia governante: la capacità degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti e di decidere alle elezioni sui governi e le maggioranze che li sostengono.
Dobbiamo superare il bicameralismo paritario, per snellire il processo decisionale ed evitare ingorghi istituzionali come quello che abbiamo appena sperimentato, affidando ad una sola Camera il compito di conferire o revocare la fiducia al Governo. Nessuna legge elettorale è infatti in grado di garantire il formarsi di una maggioranza identica in due diversi rami del Parlamento.Dobbiamo quindi istituire una seconda Camera – il Senato delle Regioni e delle Autonomie – con competenze differenziate e con l’obiettivo di realizzare compiutamente l’integrazione dello Stato centrale con le autonomie, anche sulla base di una più chiara ripartizione delle competenze tra i livelli di governo con il perfezionamento della riforma del Titolo V.
Bisogna riordinare i livelli amministrativi e abolire le provincie. Semplificazione e sussidiarietà devono guidarci al fine di promuovere l’efficienza di tutti i livelli amministrativi e di ridurre i costi di funzionamento dello Stato. Questo non significa perseguire una politica di tagli indifferenziati, ma al contrario valorizzare comuni e regioni per rafforzare le loro responsabilità, in un’ottica di alleanza tra il governo e i territori e le autonomie, ordinarie e speciali. Bisogna altresì chiudere rapidamente la partita del Federalismo fiscale, rivedendo il rapporto fiscale tra centro e periferia salvaguardando la centralità dei territori e delle Regioni. Si può anche esplorare il suggerimento del Comitato di Saggi istituito dal Presidente della Repubblica per la eventuale riorganizzazione delle Regioni e dei rapporti tra loro.
Occorre poi riformare la forma di governo, e su questo punto bisogna anche prendere in considerazione scelte coraggiose, rifiutando piccole misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato.

La legge elettorale è naturalmente legata alla forma di governo, ma si possono sin da ora delineare gli obiettivi fondamentali. Innanzitutto, dobbiamo qui solennemente assumere l’impegno che quella dello scorso febbraio sia l’ultima consultazione elettorale che si svolge sulla base della legge elettorale vigente. Cambiarla serve non solamente per assicurare la formazione di maggioranze sufficientemente ampie e coese, in grado di garantire governi stabili; ma prima ancora per restituire legittimità al Parlamento ed ai singoli parlamentari. Non possiamo più accettare l’idea di parlamentari di fatto imposti con la stessa presentazione delle candidature, senza che i cittadini abbiano la possibilità di individuare il candidato più meritevole.
Sono certo che le forze politiche siano in grado di trovare delle ottime soluzioni. Permettetemi di esprimere a livello personale che certamente migliore della legge attuale sarebbe almeno il ripristino della legge elettorale precedente.

La nuova Europa
Rappresentare l’intera nazione oggi significa prima di tutto sapere e ribadire che le sorti dell’Italia sono intimamente correlate a quelle dell’Unione europea. Due destini che si uniscono.
Nel 2012 tutti noi abbiamo vinto il premio Nobel anche se forse non ce ne siamo pienamente accorti. L’Unione Europea è stata premiata per un’alchimia politica senza precedenti: la trasformazione delle macerie di un continente di guerra in uno spazio di pace. Allora i nemici decisero di vivere insieme. Dopo insieme abbiamo promosso la democrazia e riunificato il continente dalle ferite della cortina di ferro. Insieme abbiamo dato vita al mercato unico. Insieme abbiamo concepito la cooperazione allo sviluppo, di cui siamo leader al mondo. Insieme ai ragazzi partiti nel 1987 per il primo Erasmus, abbiamo scoperto di avere nuove case e nuove famiglie. E insieme, nella crisi, dobbiamo ripartire da alcune verità, perché della verità non bisogna mai avere paura.
Primo: il Nobel non è alla memoria. L’Europa non è il passato, è il viaggio nel quale ci siamo imbarcati per arrivare nel futuro. L’Europa è lo spazio politico con cui rilanciare la speranza che ha animato la nostra società nella ricostruzione del dopoguerra. È lo spazio politico con cui mettere fine a questa guerra di stereotipi, di sfiducia e di timidezza, mentre la tragedia della disoccupazione giovanile mette un’intera generazione in trincea. L’Europa esiste solo al presente e al futuro, solo se alla storia scritta dai nonni e dai padri si affiancano le azioni dei figli e dei nipoti.
Secondo: l’Europa è il nostro viaggio. La sua storia non è scritta malgrado noi. È scritta da noi. L’orizzonte è europeo, con le università che devono diplomare laureati in grado di lavorare ovunque in Europa, e le imprese che devono inventare prodotti che siano competitivi a livello continentale se non globale. Pensare l’Italia senza l’Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi. Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l’abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell’Italia.
Terzo: il porto a cui il nostro viaggio è rivolto sono gli Stati Uniti d’Europa e la nostra nave si chiama democrazia. Guardiamo con ammirazione lo sviluppo delle altre nazioni, in particolare in Asia e in Africa, ma non vogliamo sognare i sogni degli altri. Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere «più Europa» soltanto con «più democrazia»: con partiti europei, con l’elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà.
L’Italia vive in un mondo sempre più grande, caratterizzato dall’arrivo sulla scena di nuove potenze emergenti che stanno modificando gli equilibri mondiali. Di fronte a giganti come Cina, India e Brasile, i singoli Stati europei non possono che sviluppare una politica comune per raggiungere la massa critica necessaria ad interagire con questi nuovi attori e influire sui processi globali.
Questo significa un rinnovato impegno per una politica estera e di difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a nessuno. Lavoreremo per trovare una soluzione equa e rapida alla dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibile.
L’Italia è saldamente collocata nel campo occidentale, ma la sua posizione geopolitica proiettata verso altre civiltà, la sua cultura abituata al dialogo e la sua economia vocata all’esportazione possono consegnarle un ruolo di ponte tra l’Occidente e le nuove potenze emergenti.
Questo è importante soprattutto nel Mediterraneo, dove il consolidamento delle primavere arabe, la risoluzione politica della crisi in Siria e la prosecuzione del processo di pace in Medio Oriente sono le questioni più urgenti.

Conclusione
In questi giorni ho pensato al personaggio biblico di Davide. Come lui, con lui, siamo nella valle di Elah, in attesa di affrontare Golia.
Nella valle delle nostre paure di fronte a sfide che appaiono gigantesche. Anche la sfida di metterci insieme per affrontarle. Come Davide in quella valle, dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura che in questi anni abbiamo indossato e che ora ci appesantirebbero.
Davide “prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese in mano la fionda e si avvicinò a Golia”. Noi, dal “torrente” delle idee sulle quali ci siamo confrontati abbiamo scelto i nostri “ciottoli”, le nostre proposte di programma. La “fionda” l’abbiamo in mano insieme, governo e Parlamento. Ma di Davide ci servono il coraggio e la fiducia. Il coraggio di mettere da parte quella “prudenza politica” che spinge a evitare il confronto con le nostre paure, a rimanere nella valle e, se proprio decidiamo di muoverci, a farlo con indosso l’armatura. Il coraggio di affrontare la sfida liberandoci dell’armatura, forse lo abbiamo trovato. La fiducia è quella che chiediamo al Parlamento e agli italiani.