Enrico Letta, nuovo Presidente del Consiglio, ha pronunciato il suo discorso alla Camera. I suoi temi sono stati: un governo al servizio dell’Italia e dell’Europa, le risorse per la crescita: giovani e territorio, priorità al lavoro, la riforma della politica, la riforma delle istituzioni e la nuova Europa.
Il discorso
Signora presidente, onorevoli deputati,
Appena una settimana fa il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, pronunciava il suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica. A lui consentitemi di rivolgere nuovamente un sincero ringraziamento per lo straordinario spirito di dedizione alla nostra comunità nazionale con il quale ha accettato la rielezione per il secondo mandato.
Voglio inoltre ringraziare i Presidente del Senato, Pietro Grasso, e della Camera, Laura Boldrini, per la collaborazione offerta nella fase di consultazione in questo primissimo avvio dell’esperienza di governo.
Quella del presidente Napolitano è stata – lo sappiamo – una “scelta eccezionale”. Eccezionale perché tale è il momento che l’Italia e l’Europa si trovano a vivere oggi. Di fronte all’emergenza il presidente della Repubblica ci ha invitato a parlare il linguaggio della verità. Ci ha chiesto di offrire in extremis, al Paese e al mondo, una testimonianza di volontà di servizio e senso di responsabilità. Ci ha concesso un’ultima opportunità. L’opportunità di dimostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione. Degni di servire il Paese – attraverso l’esempio, il rigore, le competenze – in una delle stagioni più complesse e dolorose della storia unitaria.
Accogliendo il suo appello intendo rivolgermi a voi proprio con il linguaggio “sovversivo” della verità. Confessandovi che avverto, fortissimi in questo momento la consapevolezza dei miei limiti e il peso della mia personale responsabilità, ma impegnandomi a fare di tutto affinché le mie spalle siano larghe e solide al punto da reggere, nelle vesti di presidente del Consiglio di un Governo che richiede, qui e oggi, la fiducia del Parlamento.
Infine, non potrei iniziare questo discorso, in un passaggio cosi impegnativo, senza un accenno personale ed esprimere un senso di gratitudine profonda verso chi con generosità e senso antico della parola “lealtà” mi sostiene anche in questo difficile passaggio: Pier Luigi Bersani.
Un governo al servizio dell’Italia e dell’Europa
La prima verità è che la situazione economica dell’Italia è ancora grave. Abbiamo accumulato in passato un debito pubblico che grava come una macina sulle generazioni presenti e future, e che rischia di schiacciare per sempre le prospettive economiche del Paese. Il grande sforzo di risanamento compiuto dal precedente Governo, guidato dal senatore Mario Monti, è stato premessa della crescita in quanto la disciplina della finanza pubblica era e resta indispensabile per contenere i tassi di interesse e sventare possibili attacchi finanziari. Il mantenimento degli impegni presi con il Documento di Economia e Finanza è necessario ad uscire, quanto prima, dalla procedura di disavanzo eccessivo e per recuperare margini di manovra all’interno dei vincoli europei. Nelle sedi europee e internazionali l’Italia si impegnerà poi per individuare strategie per ravvivare la crescita senza compromettere il processo di risanamento della finanza pubblica.
L’Europa è in crisi di legittimità ed efficacia proprio quando tutti i Paesi membri e tutti i cittadini ne hanno più bisogno. L’Europa può tornare ad essere motore di sviluppo sostenibile – e quindi di speranza e di costruzione di futuro – solo se finalmente si apre. Il destino di tutto il continente è strettamente legato. Non ci possono essere vincitori e vinti se l’Europa fallisce questa prova. Saremmo tutti perdenti: sia nel Sud che nel Nord del continente.
È per questo che se otterrò la vostra fiducia, immediatamente visiterò in un unico viaggio Bruxelles, Berlino e Parigi per dare subito il segno che il nostro è un governo europeo ed europeista.
La risposta, dunque, è una maggiore integrazione verso un’Europa Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata integrazione, il rischio di un’unione monetaria senza unione politica e unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi cinque anni ci ha mostrato. Questo Parlamento ha già dimostrato di poter trovare intese per dare all’Europa un contributo italiano innovativo. Questo è avvenuto nel sostegno all’azione europea del governo Monti e nell’elaborazione di posizioni comuni come quella elaborata dai colleghi Baretta, Brunetta e Occhiuto in vista del Consiglio Europeo del giugno scorso. Da quelle premesse politiche ripartiremo.
Le premesse macroeconomiche sono quelle dell’euro e della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi.
Le risorse per la crescita: giovani e territorio
Di solo risanamento l’Italia muore. Dopo più di un decennio senza crescita le politiche per la ripresa non possono più attendere. Semplicemente: non c’è più tempo. Tanti cittadini e troppe famiglie sono in preda alla disperazione e allo scoramento. Pensiamo alla vulnerabilità individuale che nel disagio e nel vuoto di speranze rischia, di tramutarsi in rabbia e in conflitto, come ci ricorda lo sconcertante fatto avvenuto ieri stesso dinanzi a Palazzo Chigi. Ieri andando a visitare in ospedale il brigadiere Giangrande ferito gravemente insieme al carabiniere scelto Negri, sono stato impressionato dalla forza e dalla fermezza della figlia Martina. Il Parlamento deve stringersi a lei in questo momento. E il parlamento deve stringersi anche all’arma dei carabinieri e a tutte le forze dell’ordine per il servizio continuo, silenzioso, encomiabile, spesso in condizioni disagiate, svolto nell’interesse della nazione in Italia e all’estero.
Senza crescita e coesione l’Italia è perduta. Il Paese, invece, può farcela. Ma per farcela deve ripartire. E per ripartire tutti devono essere motori di questa nuova energia positiva. L’architrave dell’esecutivo sarà l’impegno a essere seri e credibili sul risanamento e la tenuta dei conti pubblici. Basta coi debiti che troppe volte il nostro Paese ha scaricato sulle spalle e la vita delle generazioni successive. Quelle nuove, di generazioni, hanno imparato sulla propria pelle e non faranno lo stesso con i propri figli.
Ecco perché la riduzione fiscale senza indebitamento sarà un obiettivo continuo e a tutto campo. Anzitutto, quindi, ridurre le tasse sul lavoro, in particolare su quello stabile e quello per i giovani neo assunti. Poi una politica fiscale della casa che limiti gli effetti recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia, con includere incentivi per ristrutturazioni ecologiche e affitti e mutui agevolati per giovani coppie. E poi bisogna superare l’attuale sistema di tassazione della prima casa: intanto con lo stop ai pagamenti di giugno per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme e applicare rapidamente una riforma complessiva che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto quelle meno abbienti.
Misure ulteriori dovrebbero essere il pagamento di parte dei debiti delle Amministrazioni pubbliche; l’allentamento del Patto di stabilità interno; la rinuncia all’inasprimento dell’Iva; l’aumento delle dotazioni del Fondo Centrale di Garanzie per le piccole e medie imprese e del Fondo di Solidarietà per i mutui. Ma questi provvedimenti – sebbene necessari nel breve termine – non sono sufficienti.
La crescita economica di un paese richiede una strategia complessa, che eviti dispersione a pioggia delle poche risorse e che possa innescare meccanismi virtuosi. Per questo è necessario una sintonia tra le azioni del Governo e quelle delle banche e delle imprese, che debbono essere mirate ad una crescita di lungo periodo degli attori economici per superare gli annosi ritardi dell’Italia in termini di crescita della produttività e della competitività. Il Governo deve accompagnare questa crescita e rimanere a fianco delle imprese anche e soprattutto quando queste si impegnano all’estero nell’arena globale.
Un importante argomento di contesto concerne la giustizia, in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare. Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla corruzione, che distorce regole e incentivi. Questo riguarda anche la giustizia nel suo complesso. La giustizia deve essere giustizia innanzitutto per i cittadini. La ripresa ritornerà anche se i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi e al merito delle decisioni della giustizia italiana. E tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell’uomo. Ricordiamoci sempre che siamo il paese di Cesare Beccaria!
Dobbiamo liberare le energie migliori del Paese. Non partiamo da zero, ma da due grandi risorse. Prima di tutto, i giovani. “Scommettete su cose grandi” ha detto proprio ieri Papa Francesco rivolto a loro. E noi abbiamo gli strumenti per aiutarli. Quello generazionale non è certo solo un tema attinente al rinnovamento della classe dirigente, come troppo spesso emerge nel dibattito pubblico. È una questione drammatica che scontano sulla propria pelle milioni di giovani. Segnala bassi tassi di istruzione e di occupazione, porta con sé lo sconforto, e anche la rabbia, di chi non studia né lavora. Chiediamoci quanti bambini non nascono ogni anno, in Italia, per la precarietà che limita le scelte delle famiglie giovani. Non è solo demografia, è una ferita morale. Perché non devono esistere generazioni perdute, perché solo i giovani possono ricostruire questo Paese: le loro nuove esperienze e competenze ci raccontano un mondo che cambia, il loro mondo. Rinunciare ad investire su di loro è un suicidio economico. Ed è la certezza di decrescita, la più infelice.
Semplificheremo e rafforzeremo l’apprendistato, che ha dato buoni risultati in paesi vicini. Un aiuto può venire da modifiche alla legge 92/2012, quali suggerite dalla Commissione dei saggi istituita dal presidente della Repubblica, che riducano le restrizioni al contratto a termine, finché dura l’emergenza economica. Aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato, con defiscalizzazioni o con sostegni ai lavoratori con bassi salari, condizionati all’occupazione, in una politica generale di riduzione del costo del lavoro e del peso fiscale. Non bastano incentivi monetari. Occorre prendersi cura dei giovani, volgendo il disagio in speranza, puntando su orientamento e stimolo all’imprenditorialità. E occorre percorrere la strada europea tracciata dal programma Youth guarantee, per garantire effettivi sbocchi occupazionali.
Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cécile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse.
La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Bisogna finalmente dare piena attuazione all’art. 34 della Costituzione, per il quale «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». L’uguaglianza più piena e destinata a durare nelle generazioni è oggi più che mai l’uguaglianza delle opportunità.
Per rilanciare il futuro industriale del Paese, bisogna scommettere sullo spirito imprenditoriale e innovare e investire in ricerca e sviluppo. Per questo intendiamo lanciare un grande piano pluriennale per l’innovazione e la ricerca, finanziato tramite project bonds. La ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale. Si tratta di fare una politica industriale moderna, che valorizzi i grandi attori ma anche e soprattutto le piccole e medie imprese che sono e rimarranno il vero motore dello sviluppo italiano. Oltre all’alta tecnologia bisogna investire su ambiente ed energia. Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente, migliorando la selettività degli strumenti esistenti di incentivazione, in un’ottica organica con visione di medio e lungo periodo. Sempre con riguardo ai settori energetici, va completato il processo di integrazione con i mercati geografici dei Paesi europei confinanti. Questo implica, per l’energia elettrica, il completamento del cosiddetto market coupling e, per il gas, il completo riallineamento dei nostri prezzi con quelli europei e la trasformazione del nostro Paese in un hub.E’ chiaro che episodi come quello dell’ILVA di Taranto non sono più tollerabili.
Tutta l’impresa italiana, per crescere, ha bisogno di più semplicità, di un’alleanza tra la pubblica amministrazione e la società, senza tollerare le sacche di privilegio. La burocrazia non deve opprimere la voglia creativa degli italiani ed è per questo che bisognerà rivedere l’intero sistema delle autorizzazioni. Bisogna snellire le procedure e avere fiducia in chi ha voglia di investire, creare, offrire posti di lavoro.
Non si possono più chiedere sacrifici sempre e soltanto ai «soliti noti». I sacrifici sono socialmente sostenibili solo se sono ispirati ad un principio di equità. Questo significa coniugare una ferrea lotta all’evasione con un fisco amico dei cittadini, senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata.
L’altra grande risorsa è l’Italia stessa. Bellezza senza navigatore. La nostra tendenza all’autocommiserazione è pari solo all’ammirazione che l’Italia suscita all’estero. Molti stranieri vogliono bagnarsi nei nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano. L’Italia e il made in Italy sono le nostre migliori ricchezze. E’ per questo che uno dei primi atti del Governo sarà quello di nominare il Commissario unico per l’Expo, una grande occasione che non dobbiamo mancare. A questo fine nei prossimi giorni sarò a Milano a presentare il decreto per partire per l’ultimo miglio di questo evento strategico.
Per questo dobbiamo rilanciare il turismo e, soprattutto, attrarre investimenti. Rimuoviamo quegli ostacoli che fanno sì che l’Italia per molti non sia una scelta di vita. Questo significa puntare sulla cultura, motore e moltiplicatore dello sviluppo, o sulle straordinarie realtà dell’agro-alimentare. Questo significa valorizzare e custodire l’ambiente, il paesaggio, l’arte, l’architettura, le eccellenze enogastronomiche, le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali.
Questo vuol dire anche valorizzare il nostro grande patrimonio sportivo. La pratica dello sport significa prevenzione dalle malattie, lotta contro l’obesità, formazione a stili di vita sani, lealtà e rispetto delle regole. Dobbiamo impegnarci per diffondere la pratica sportiva sin dalle scuole elementari con un piano di edilizia scolastica su tutto il territorio nazionale.
L’intraprendenza dei giovani e la bellezza dei territori sono d’altra parte due risorse cruciali per il Mezzogiorno. In entrambi i casi un patrimonio dissipato, un giacimento inutilizzato di potenzialità. Dobbiamo mettere in condizione il Sud di crescere da solo, annullando i divari infrastrutturali e di ordine pubblico che l’hanno frenato, puntando sulle nuove imprese, in particolare le industrie culturali e creative, e sulla buona gestione dei fondi europei, come quella che ha caratterizzato l’operato del governo Monti.
Dobbiamo, soprattutto, evitare di continuare a mettere la testa sotto la sabbia come struzzi e riconoscere che il divario tra Nord e Sud del Paese è non un accidente storico o una condanna, ma il prodotto di decenni di inadempienze da parte delle classi dirigenti, a livello nazionale come a livello locale. E’ il risultato dell’azione della criminalità organizzata che, certo presente anche nel resto del Paese – in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e quasi militare del territorio. E questo nonostante lo spirito di servizio e il sacrificio di tanti servitori dello Stato – magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine anzitutto – che troppo spesso abbiamo avuto la responsabilità di lasciare soli. Anche per questo dobbiamo dare effettiva concretezza al valore della specificità della professione svolta dal personale in divisa delle Forze Armate e della Polizia.
Priorità al lavoro
Ma permettetemi di soffermarmi un attimo sulla grande tragedia di questi tempi che d’altronde al Sud tocca punte di desolazione e allarme sociale: la questione del lavoro. È e sarà la prima priorità del mio governo. Solo col lavoro si può uscire da quest’incubo di impoverimento e imboccare la via di una crescita non fine a se stessa, ma volta a superare le ingiustizie e riportare dignità e benessere. Senza crescita, anche gli interventi di urgenza su cui ci siamo impegnati e che qui ribadisco – rifinanziamento delle casse integrazioni in deroga, superamento del precariato anche nella pubblica amministrazione – sarebbero insufficienti. In particolare, con i lavoratori esodati la comunità nazionale ha rotto un patto, e la soluzione strutturale di questo tema è un impegno prioritario di questo Governo.
Mai come oggi occorre fiducia reciproca: imprese e lavoratori devono agire insieme e superare le contrapposizioni che in passato ci hanno frenato. Sono sicuro che come in tanti momenti critici della vita della Repubblica i sindacati saranno protagonisti. Il governo vuole aprire la strada con proposte che approfondiremo insieme: ampliare gli incentivi fiscali a chi investe in innovazione, sostenere l’aggregazione e internazionalizzazione delle Pmi, dare più credito a chi lo merita, garantire il pagamento dei debiti alle imprese, semplificare e rimuovere gli ostacoli burocratici che frenano lo spirito d’impresa.
Dobbiamo anche valorizzare il lavoro autonomo e le libere professioni, che in una società postindustriale rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Le misure di liberalizzazione orami sono state adottate. Ora bisogna lavorare tutti insieme per formare e dare opportunità ai giovani, innalzare la qualità, servire al meglio i clienti.
Anche sull’occupazione femminile occorre fare molto di più. La maggiore presenza delle donne nella vita economica, sociale e politica dà già straordinari contributi alla crescita del paese, ma siamo lontani dagli obiettivi europei. Non siamo ancora un paese delle pari opportunità. La carenza di servizi scarica sulle donne compiti insostenibili, aggravati in alcuni casi da una crescita insopportabile delle violenze contro le donne.
La riforma del nostro welfare richiede azioni di ampio respiro per rilanciare il modello sociale europeo. Il welfare tradizionale, schiacciato sul maschio adulto e su pensioni e sanità, non funziona più. Non stimola la crescita della persona e non basta a correggere le disuguaglianze. Non occorrono isterismi. Occorre un cambiamento radicale: un welfare più universalistico e meno corporativo, che sostenga tutti i bisognosi, aiutandoli a rialzarsi e a riattivarsi. Per un welfare attivo, più giovane e al femminile, andranno migliorati gli ammortizzatori sociali, estendendoli a chi ne è privo, a partire dai precari; e si potranno studiare forme di reddito minimo, soprattutto per famiglie bisognose con figli.
Hanno trovato largo consenso parlamentare nei mesi passati le proposte su incentivi al pensionamento graduale con part time misto a pensione, con una “staffetta generazionale” per la parallela assunzione di giovani. Inoltre, per evitare il formarsi di bacini estesi di lavoratori anziani di difficile ricollocazione, studieremo forme circoscritte di gradualizzazione del pensionamento, come l’accesso con 3-4 anni di anticipo al pensionamento con una penalizzazione proporzionale.
Dobbiamo poi ricordarci che l’Italia migliore è un’Italia solidale. È per questo che il governo non può che valorizzare la rete di protezione dei cittadini e dei loro diritti, con misure tese al miglioramento dei servizi, da quelli sanitari a quelli del trasporto pubblico, locale e pendolare, con una particolare attenzione per i disabili e i non autosufficienti.
Vorrei a questo proposito rendere omaggio alle donne e agli uomini che ogni giorno consentono al nostro paese di godere di questa solidarietà e che mantengono unito il nostro tessuto sociale: i servitori dello Stato – quelli che rischiano la vita per proteggere le istituzioni, quelli che lavorano nella sanità per salvare delle vite, quelli che aiutano i nostri figli a crescere – ma anche gli operatori del volontariato, della cooperazione, del terzo settore e della galassia del 5 per 1000. È l’esempio che giornalmente viene dato da queste persone che ci fa riscoprire il valore del servizio pubblico.
Una speciale menzione merita la protezione civile, che ha dato una straordinaria prova nei terremoti in Abbruzzo e in Emilia e che ci ricorda che abbiamo un impegno alla prevenzione, con un piano di manutenzione contro il dissesto idrogeologico e la lotta all’abusivismo.
La riforma della politica
Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica. Non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della politica e del nostro modo di percepirci come comunità.
La ricostruzione però può partire solo da un esercizio autentico, non simulato, di autocritica. La verità è che la politica ha commesso troppi errori. Si è erosa, giorno dopo giorno, la credibilità della politica e delle istituzioni, vittime di un presentismo – vale a dire dell’ossessione del consenso immediato – che bloccato il Paese.
Ancora: non abbiamo compreso quanto le legittime istanze di innovazione, partecipazione, trasparenza, sottese alla rivoluzione del web, potessero tradursi in un oggettivo miglioramento della qualità della nostra democrazia rappresentativa anziché sfociare nel mito o nell’illusione della democrazia diretta.
Oggi abbiamo dinanzi un’altra sfida, ancora più complessa: quella dell’autorevolezza. L’autorevolezza del potere che non ha più, come in passato, il monopolio delle informazioni, ma deve avere il profilo e le competenze per discernere il vero dal falso nel flusso enorme di informazioni presenti nella Rete. L’autorevolezza di chi non si accontenta della verosimiglianza e del sentito dire, ma sceglie sempre e solo la verità e ha il coraggio e la pazienza di raccontarla ai cittadini, anche se dolorosa o brutale.
Per cominciare, bisogna recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso dell’onore e del servizio e, infine, la banalità della gestione di un buon padre di famiglia. Ognuno deve fare la sua parte. A questo fine, per dare l’esempio, il primo atto del Governo sarà quello di eliminare con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità.
Nessuno, ripeto nessuno, può sentirsi esentato dal dovere dell’autorevolezza. Nessuno può considerarsi fino in fondo assolto dall’accusa di aver contaminato il confronto pubblico con gesti, parole, opere o omissioni. Con 11 milioni e mezzo di cittadini che hanno deciso di non votare, alle elezioni dello scorso febbraio, quello dell’astensione è risultato essere il primo partito. Non era mai accaduto prima: due milioni in più rispetto al 2008, quattro rispetto al 2006. Su questo sfondo la riduzione dei costi della politica diventa un dovere di credibilità. Pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari. Non rimborsi ma finanziamento mascherato.
Per di più di ammontare decisamente troppo elevato, come la Corte dei Conti ha recentemente confermato: 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 al 2012, a fronte di spese certificate di circa mezzo miliardo.E’, questa , solo una delle conferme del fatto che il sistema va rivoluzionato. Partiamo dunque dal finanziamento pubblico ai partiti, abolendo la legge troppo timida approvata l’anno scorso e introducendo misure di controllo e di sanzione anche sui gruppi parlamentari e regionali. Occorre poi avviare percorsi che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività politica dei partiti.
È però anche importante collegare il tema del finanziamento a quello della democrazia interna ai partiti, attuando finalmente i principi sulla democrazia interna incorporati nell’art. 49 della Costituzione, stimolando la partecipazione dei militanti e garantendo la trasparenza delle decisioni e delle procedure.Rivendico con forza l’importanza di un temporaneo «governo di servizio al paese» tra forze sicuramente lontane e diverse tra loro. Credo che non sia facile votare insieme da posizioni così eterogenee, ma proprio per questo credo che questa sia una scelta che meriti rispetto anche da chi non la condivide perché non è motivata dall’interesse particolare ma da principi più alti di coesione nazionale. Questo è il senso del messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere. Non dobbiamo avere paura di fare il nostro dovere per l’Italia. Noi dobbiamo dare il nostro contributo a ricostruire un patto di fiducia, a ritrovare il senso di una missione comune. Come italiani, si vince o si perde tutti insieme.
Sicuramente è e deve essere un’eccezione la convergenza di forze politiche che si sono presentate come alternative alle elezioni. Ma è eccezionale che dalle urne, anche a causa della legge elettorale, non sia uscita alcuna maggioranza; è eccezionale l’emergenza economica che il governo dovrà affrontare; è eccezionale il fatto che sia necessario riscrivere alcune regole costituzionali. Credo quindi che le forze politiche che sostengono il governo stiano dimostrando un grande senso di responsabilità e di attaccamento alle istituzioni. Vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta, sempre più esausta, delle risse inconcludenti.Ho imparato da Nino Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni, e politiche, intese come soluzioni concrete ai problemi comuni. Se in questo momento ci concentriamo sulla politica, le nostre differenze ci immobilizzeranno. Se invece ci concentriamo sulle politiche, allora potremo svolgere un servizio al paese migliorando la vita dei cittadini.
È per questo che intendo appellarmi alla responsabilità dei partiti e dei movimenti perché ritengo centrale il ruolo del Parlamento, con una continua interlocuzione con le forze politiche che non sostengono il Governo e con la creazione di luoghi permanenti di codecisione, ai quali parteciperò personalmente, tra il governo e le forze politiche che lo sostengono.
La riforma delle istituzioni
L’appello alla responsabilità e alla capacità di trovare terreni di convergenza è ancora più pressante nel nostro compito di riformare le istituzioni, anche perché auspico che per la scrittura delle regole che riguardano la vita democratica di tutti il fronte si allarghi anche alle forze che non hanno intenzione di sostenere il governo in modo organico, che devono partecipare pienamente al processo costituente.Vedo oggi una via stretta, ma possibile, per una riforma anche radicale del sistema istituzionale e del sistema politico.Un imperativo deve essere chiaro a tutti noi fin dal primo momento: in questa materia negli ultimi decenni abbiamo assistito troppe volte all’avvio di percorsi riformatori che si presentavano come risolutori, che nelle intenzioni anche sincere di chi li proponeva, promettevano di regalarci istituzioni più efficienti e capaci di decidere, oltre che maggiormente vicine ai cittadini, e che invece si sono infranti contro veti reciproci, chiusure partigiane, prese di posizione strumentali e contrapposizioni dannose nonostante i reiterati richiami del Presidente della Repubblica.
Al fine di sottrarre la discussione sulla riforma della Carta fondamentale alle fisiologiche contrapposizioni del dibattito contingente, sarebbe bene che il Parlamento adottasse le sue decisioni sulla base delle proposte formulate da una Convenzione, aperta alla partecipazione anche di autorevoli esperti non parlamentari e che parta dai risultati della attività parlamentare della scorsa legislatura e dalle conclusioni del Comitato di saggi istituito dal Presidente della Repubblica. La Convenzione deve poter avviare subito i propri lavori sulla base degli atti di indirizzo del Parlamento, in attesa che le procedure per un provvedimento Costituzionale possano compiersi.
Dal momento che questa volta l’unico sbocco possibile per questo tema è il successo nell’approvazione delle riforme che il paese aspetta da troppo tempo, fra 18 mesi verificherò se il progetto sarà avviato verso un porto sicuro. Se avrò una ragionevole certezza che il processo di revisione della Costituzione potrà avere successo, allora il nostro lavoro potrà continuare. In caso contrario, se veti e incertezze dovessero minacciare di impantanare tutto per l’ennesima volta, non avrei esitazioni a trarne immediatamente le conseguenze.
La moralità della politica è quella di prendere le decisioni che i cittadini si attendono, e di rispettare gli impegni presi di fronte al paese e alle istituzioni.
L’obiettivo complessivo è quello di una riforma che riavvicini i cittadini alle istituzioni, rafforzando l’investitura popolare dell’esecutivo e migliorando efficienza ed efficacia del processo legislativo. I principi che devono guidarci sono quelli di una democrazia governante: la capacità degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti e di decidere alle elezioni sui governi e le maggioranze che li sostengono.
Dobbiamo superare il bicameralismo paritario, per snellire il processo decisionale ed evitare ingorghi istituzionali come quello che abbiamo appena sperimentato, affidando ad una sola Camera il compito di conferire o revocare la fiducia al Governo. Nessuna legge elettorale è infatti in grado di garantire il formarsi di una maggioranza identica in due diversi rami del Parlamento.Dobbiamo quindi istituire una seconda Camera – il Senato delle Regioni e delle Autonomie – con competenze differenziate e con l’obiettivo di realizzare compiutamente l’integrazione dello Stato centrale con le autonomie, anche sulla base di una più chiara ripartizione delle competenze tra i livelli di governo con il perfezionamento della riforma del Titolo V.
Bisogna riordinare i livelli amministrativi e abolire le provincie. Semplificazione e sussidiarietà devono guidarci al fine di promuovere l’efficienza di tutti i livelli amministrativi e di ridurre i costi di funzionamento dello Stato. Questo non significa perseguire una politica di tagli indifferenziati, ma al contrario valorizzare comuni e regioni per rafforzare le loro responsabilità, in un’ottica di alleanza tra il governo e i territori e le autonomie, ordinarie e speciali. Bisogna altresì chiudere rapidamente la partita del Federalismo fiscale, rivedendo il rapporto fiscale tra centro e periferia salvaguardando la centralità dei territori e delle Regioni. Si può anche esplorare il suggerimento del Comitato di Saggi istituito dal Presidente della Repubblica per la eventuale riorganizzazione delle Regioni e dei rapporti tra loro.
Occorre poi riformare la forma di governo, e su questo punto bisogna anche prendere in considerazione scelte coraggiose, rifiutando piccole misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato.
La legge elettorale è naturalmente legata alla forma di governo, ma si possono sin da ora delineare gli obiettivi fondamentali. Innanzitutto, dobbiamo qui solennemente assumere l’impegno che quella dello scorso febbraio sia l’ultima consultazione elettorale che si svolge sulla base della legge elettorale vigente. Cambiarla serve non solamente per assicurare la formazione di maggioranze sufficientemente ampie e coese, in grado di garantire governi stabili; ma prima ancora per restituire legittimità al Parlamento ed ai singoli parlamentari. Non possiamo più accettare l’idea di parlamentari di fatto imposti con la stessa presentazione delle candidature, senza che i cittadini abbiano la possibilità di individuare il candidato più meritevole.
Sono certo che le forze politiche siano in grado di trovare delle ottime soluzioni. Permettetemi di esprimere a livello personale che certamente migliore della legge attuale sarebbe almeno il ripristino della legge elettorale precedente.
La nuova Europa
Rappresentare l’intera nazione oggi significa prima di tutto sapere e ribadire che le sorti dell’Italia sono intimamente correlate a quelle dell’Unione europea. Due destini che si uniscono.
Nel 2012 tutti noi abbiamo vinto il premio Nobel anche se forse non ce ne siamo pienamente accorti. L’Unione Europea è stata premiata per un’alchimia politica senza precedenti: la trasformazione delle macerie di un continente di guerra in uno spazio di pace. Allora i nemici decisero di vivere insieme. Dopo insieme abbiamo promosso la democrazia e riunificato il continente dalle ferite della cortina di ferro. Insieme abbiamo dato vita al mercato unico. Insieme abbiamo concepito la cooperazione allo sviluppo, di cui siamo leader al mondo. Insieme ai ragazzi partiti nel 1987 per il primo Erasmus, abbiamo scoperto di avere nuove case e nuove famiglie. E insieme, nella crisi, dobbiamo ripartire da alcune verità, perché della verità non bisogna mai avere paura.
Primo: il Nobel non è alla memoria. L’Europa non è il passato, è il viaggio nel quale ci siamo imbarcati per arrivare nel futuro. L’Europa è lo spazio politico con cui rilanciare la speranza che ha animato la nostra società nella ricostruzione del dopoguerra. È lo spazio politico con cui mettere fine a questa guerra di stereotipi, di sfiducia e di timidezza, mentre la tragedia della disoccupazione giovanile mette un’intera generazione in trincea. L’Europa esiste solo al presente e al futuro, solo se alla storia scritta dai nonni e dai padri si affiancano le azioni dei figli e dei nipoti.
Secondo: l’Europa è il nostro viaggio. La sua storia non è scritta malgrado noi. È scritta da noi. L’orizzonte è europeo, con le università che devono diplomare laureati in grado di lavorare ovunque in Europa, e le imprese che devono inventare prodotti che siano competitivi a livello continentale se non globale. Pensare l’Italia senza l’Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi. Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l’abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell’Italia.
Terzo: il porto a cui il nostro viaggio è rivolto sono gli Stati Uniti d’Europa e la nostra nave si chiama democrazia. Guardiamo con ammirazione lo sviluppo delle altre nazioni, in particolare in Asia e in Africa, ma non vogliamo sognare i sogni degli altri. Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere «più Europa» soltanto con «più democrazia»: con partiti europei, con l’elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà.
L’Italia vive in un mondo sempre più grande, caratterizzato dall’arrivo sulla scena di nuove potenze emergenti che stanno modificando gli equilibri mondiali. Di fronte a giganti come Cina, India e Brasile, i singoli Stati europei non possono che sviluppare una politica comune per raggiungere la massa critica necessaria ad interagire con questi nuovi attori e influire sui processi globali.
Questo significa un rinnovato impegno per una politica estera e di difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a nessuno. Lavoreremo per trovare una soluzione equa e rapida alla dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibile.
L’Italia è saldamente collocata nel campo occidentale, ma la sua posizione geopolitica proiettata verso altre civiltà, la sua cultura abituata al dialogo e la sua economia vocata all’esportazione possono consegnarle un ruolo di ponte tra l’Occidente e le nuove potenze emergenti.
Questo è importante soprattutto nel Mediterraneo, dove il consolidamento delle primavere arabe, la risoluzione politica della crisi in Siria e la prosecuzione del processo di pace in Medio Oriente sono le questioni più urgenti.
Conclusione
In questi giorni ho pensato al personaggio biblico di Davide. Come lui, con lui, siamo nella valle di Elah, in attesa di affrontare Golia.
Nella valle delle nostre paure di fronte a sfide che appaiono gigantesche. Anche la sfida di metterci insieme per affrontarle. Come Davide in quella valle, dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura che in questi anni abbiamo indossato e che ora ci appesantirebbero.
Davide “prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese in mano la fionda e si avvicinò a Golia”. Noi, dal “torrente” delle idee sulle quali ci siamo confrontati abbiamo scelto i nostri “ciottoli”, le nostre proposte di programma. La “fionda” l’abbiamo in mano insieme, governo e Parlamento. Ma di Davide ci servono il coraggio e la fiducia. Il coraggio di mettere da parte quella “prudenza politica” che spinge a evitare il confronto con le nostre paure, a rimanere nella valle e, se proprio decidiamo di muoverci, a farlo con indosso l’armatura. Il coraggio di affrontare la sfida liberandoci dell’armatura, forse lo abbiamo trovato. La fiducia è quella che chiediamo al Parlamento e agli italiani.
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Tuesday, April 30, 2013
Saturday, April 27, 2013
GOVERNO LETTA: OGGI IL GIURAMENTO DI UN GOVERNO FRAGILE
E' quanto di più alieno e lontano da ciò che la maggioranza degli elettori del PD avrebbe mai lontanamente potuto immaginare, eppure, questa mattina il governo dell'Inciucio -con a capo Enrico Letta- giurerà nelle mani del “suo” Presidente della Repubblica.
Giorgio Napolitano questa volta non si è limitato, infatti, a conferire solamente l'incarico per la formazione di un governo, anzi: nell'ultimo mese del suo primo mandato ha preparato il terreno con i 10 saggi, subito dopo la sua rielezione ha strigliato pesantemente PD e PDL affinchè cogliessero l'ultima occasione di cooperare al mantenimento dello status quoistituzionale, da difendere a tutti i costi di fronte ad una piazza sempre più intollerante.
Con queste premesse non è certo un eufemismo definirlo fin da subito un “governo fragile”, appoggiato a destra sulle spalle instabili di Silvio Berlusconi e, a sinistra, sui fianchi di un Partito Democratico sempre più sfilacciato.
Non ancora nato, il governo Letta ha già dovuto incassare l'ingiunzione di sfratto da parte di Nichi Vendola e del Movimento 5 Stelle.
Anche Berlusconi che pur ha deciso di appoggiarlo, non sarebbe in realtà convintissimo.
Il Cavaliere è e rimane per tutti una vera “anomalia” che dura ormai da vent'anni: messo sotto assedio da Tribunali e Procure, potrebbe addirittura decidere di far cadere il governo.
Napolitano e Letta -ovvero il mandante e l'esecutore- di questo governo lo sanno bene: solo se riusciranno ad imporre un cammino più che spedito a questa legislatura, centrando al primo colpo gli obiettivi delle riforme istituzionali, della legge elettorale, del finanziamento ai partiti e della riduzione del numero dei parlamentari, potranno sperare quantomeno di stare in piedi.
Nel frattempo, il PD potrebbe non reggere, malgrado esponenti solitamente critici quali Pippo Civati oggi abbiano sorprendentemente concesso attestati di fiducia alla formazione del governo.
Ma, se si rivelassero nella prassi governativa di questa sbilenca maggioranza contraddizioni difficilmente sanabili, potrebbe accrescersi l'interesse del Cavaliere per un ritorno alle urne.
Alcune fonti a lui vicine riferiscono che sarebbe addirittura elettrizzato dall'idea di una sfida plebiscitaria con Grillo: come comico è convinto d'essere il migliore fra i due.
L'unico deterrente di cui può disporre,oggi, il governo Letta è sicuramente dato dalla più che pienezza dei poteri del Presidente Napolitano: di fronte a PD e PDL, può agitare minacciosamente lo spettro dello scioglimento delle Camere o quello delle sue dimissioni.
Il primo può essere usato contro le tentazioni destabilizzanti del PD, che non può permettersi in alcun modo un ritorno alle urne che potrebbe dimostrarsi veramente disastroso, il secondo può essere sventolato sotto il naso di Berlusconi.
Qualora Napolitano si dimettesse, infatti, questo Parlamento sarebbe chiamato ad eleggere un nuovo Capo dello Stato: e c'è da starne certi che, stavolta, non sarebbe un'elezione condivisa, con scarse possibilità che al Quirinale posa insediarsi una figura di garanzia gradita anche al PDL e a Berlusconi.
Comunque la si voglia vedere, una cosa è certa: quello che giurerà nelle mani del Presidente sarà -nei fatti- un governo fragile.
E' NATO IL NUOVO GOVERNO DI ENRICO LETTA: ECCO I NOMI DEI MINISTRI, LE SORPRESE E LE ESCLUSIONI
Il nuovo Governo italiano è nato pochi minuti fa: il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha accettato senza riserve l'incarico propostogli dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e dopo aver mostrato "Gratitudine al Presidente della Repubblica per l''incarico ricevuto" e aver sottolineato "il ringiovanimento complessivo della compagine di Governo", il neo primo ministro ha annunciato i nomi dei Ministri prescelti.
Ecco l'elenco nel dettaglio:
Interni e Vicepremier- Angelino Alfano
Difesa - Mario Mauro
Esteri - Emma Bonino
Giustizia - Anna Maria Cancellieri
Economia - Fabrizio Saccomanni
Riforme istituzionali - Gaetano Quagliariello
Sviluppo - Flavio Zanonato
Infrastrutture - Maurizio Lupi
Poliche Agricole - Nunzia Di Girolamo
Istruzione, Università e ricerca- Maria Chiara Carrozza
Salute - Beatrice Lorenzin
Lavoro e Politiche sociali - Enrico Giovannini
Ambiente - Andrea Orlando
Beni culturali e Turismo- Massimo Brai
Coesione territoriale - Carlo Trigilia
Politiche comunitarie - Anna Maria Bernini
Affari regionali, sport e turismo - Graziano Delrio
Pari opportunità, sport, politiche giovanili - Iosefa Idem
Rapporti con il Parlamento - Dario Franceschini
Integrazione - Cecile Kyenge
Pubblica Amministrazione- Giampiero D'Alia
Destano particolare sorpresa le eccellenti esclusioni di Giuliano Amato, di Renato Brunetta, di Maria Stella Gelmini e di Corrado Passera
GOVERNO: BERLUSCONI VUOLE GIOVANI E DONNE NELL'ESECUTIVO LETTA
Sono ormai molto lontani i giorni in cui Enrico Letta -il premier enfant prodigein pectore- diceva “Mai con Berlusconi, ha distrutto l'Italia, non andremo mai al governo con Berlusconi”.
Ma, in fondo, proprio così lontani quei giorni non erano.
Limitiamoci qui ad elencare senza alcun commento -tanto si commentano da sole- le dichiarazioni rilasciate ai media da Enrico Letta a partire dal 21 febbraio u.s.
“Sarebbe cambiata la storia di questo Paese, se la legge sul conflitto d'interessi si fosse fatta prima, perché Berlusconiha usato in modo sempre scorretto il suo potere” (21.02.2013).
“Nel dire no ad un governo con Berlusconi non dobbiamo avere alcuna ambiguità, mentre dobbiamo sfidare Grillosenza rincorrerlo” (6.3.2013).
“Grande Coalizione? Fossimo in Germania e ci fosse la Merkel sarebbe la soluzione perfetta, purtroppo siamo in Italia e c'è Berlusconi, la vedo complicata” (8.3.2013).
“L'agenda del PDLha un solo punto: la difesa di Berlusconi”(9.3.2013).
“Non tenti la destra di rovesciare le cose e usare il monito del Presidente Napolitano a copertura delle proprie ingiustificabili manifestazioni sulle scalinate del Tribunale di Milano, pensi invece il PDL a riflettere sulle argomentazioni del Presidente della Repubblica e a rispettare i princìpi costituzionali di autonomia della Magistratura” (12.3.2013).
Infine: “Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, possa nascere un governo Bersani-Berlusconi non ha senso, il governissimo come è stato fatto in Germania qui non ha senso” (8.4.2013).
Proprio un carneade della coerenza e dell'onestà intellettuale, Enrico Letta, si potrebbe dire né meglio né peggio di chi l'ha preceduto a Palazzo Chigi, se non fosse che questo signore da qualche giorno è diventato -per gran parte dei media- il nuovo “Salvatore della Patria”, quello che ha saputo zittire i “grillini” in diretta streaming, paragonandosi addirittura ad un più “alto” Salvatore quando -rivolto ai reprobi Crimi e Lombardi- disse lo “Riferite a Grillo che è vero che Dio è morto, ma dopo tre giorni è risorto” (!?!). Ce la farà, oggi, il prode Enrico a formare finalmente questo (potremmo definirlo così) “governo della coerenza”?
L'impresentabile per eccellenza Silvio Berlusconi è rientrato dagli Stati Uniti ed ha riunito -ieri sera a Palazzo Grazioli- i suoi stati maggiori.
Dal vertice del PDL è scattato, sostanzialmente, il semaforo verde per la formazione dell'esecutivo presieduto da Letta, anzi -come dichiarato dal Cavaliere al Tgcom24- “Il barometro del governo è sul bello stabile”.
Quanto ai nodi legati a due Ministeri considerati strategici dal Popolo della Libertà, ovvero quelli di Economia e (guarda un po') Giustizia,Berlusconi ha gettato acqua sul fuoco “Non ci sono problemi veri, certamente non possiamo pretendere un accordo al 100%, però ho sentito i miei molto confortati e anche Brunetta era assolutamente ottimista sull'esito della trattativa”.
L'ex premier vuole puntare su un governo di Ministri giovani e, pare, l'abbia ribadito venerdì in una telefonata con lo stesso Letta, come da lui stesso dichiarato “Da parte del Presidente della Repubblica è giunto un richiamo a che il costituendo Esecutivo fosse costituito da giovani, con una nutrita presenza di donne, io se mi avessero chiamato mi sarei messo a disposizione”.
Come a dire: di fronte ad un Bunga Bunga governativo, non sarò certo io a tirarmi indietro.
Friday, April 26, 2013
Enrico Letta: ha vinto Berlusconi?
In tutto questo caos politico ci si chiede di fatto chi sia il vincitore. Come sempre è proprio lui a uscirne pulito e vincente: Silvio Berlusconi.
Il governo definito del "Presidente" dipende infatti interamente dal suo partito: il Popolo della Libertà. Potremmo dire anche che se l'obiettivo di Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, era combattere il berlusconismo, ha avuto l'effetto contrario.
Ieri infatti l'incontro della delegazione del Popolo della Libertà con il Presidente incaricato è durato due ore e all'uscita Angelino Alfano ha dichiarato di essere soddisfatto dell'apertura che ha riscontrato nel Presidente incaricato ma che ci sono dei nodi da sciogliere.
In particolare si riferiva agli otto punti del programma politico del Popolo della Libertà. Berlusconi stesso è intervenuto dal Texas dove si trovava ieri, affermando che non è importante chi guiderà il governo ma il programma, cioè se il governo sarà capace di far approvare questi otto disegni di legge.
Enrico Letta alla fine di tutte le consultazioni si è detto soddisfatto nonostante i tanti no incassati. Prima tra tutti Sel con Nichi Vendola che ha dichiarato a fine consultazione, che starà all'opposizione e che secondo lui non è il momento di un governo di larghe intese.
All'opposizione anche la Lega che ha messo avanti i suoi tre punti principali e che ha fatto intendere che non entrerà nel governo almeno che questi tre punti non siano al centro del programma di Governo, cosa a suo dire molto difficile.
Altro no quasi scontato è quello del Movimento Cinque Stelle che ha voluto un
incontro in diretta streaming con il Presidente incaricato e che è stato richiamato dallo stesso Letta a mischiarsi e a scongelarsi, a creare cioè un ponte con gli altri partiti, a creare un dialogo e a non chiudersi nelle proprie posizioni, di non restare ai margini del Parlamento.
Ma la risposta arriva da Grillo che sul suo blog scrive " Con questi non ci mischieremo mai". L'incontro ha creato non molte perplessità dato che i toni sono stati completamente diversi, infatti, i due capi gruppi hanno dichiarato che la loro opposizione sarà matura e che il governo avrà tanti si, provvedimento per provvedimento.
Ma una polemica ha calcato la scena ieri. La dichiarazione di Grillo che dal suo blog scrive " Il 25 aprile è morto", facendo riferimento ad una canzone di Guccini che canta "Dio è morto".
Morto per tutto quello che è accaduto in queste settimane dall'elezione di Napolitano a quella di Enrico Letta eletto Premier.
Una dichirazione cha ha profondamente offeso i partigiani e tutti coloro che credono in questa ricorrenza che ricorda chi è morto per liberare il paese dal nazismo.
Ma Letta a fine consultazione ha salutato Crimi e Lombardi ricordando che alla fine che Dio poi risorge. Insomma tra vinti e vincitori, l'unico che ne sta uscendo vincente è sempre lui il Cavaliere che con la sua astuzia e un pò di fortuna si sta trovando in una posizione di estrema importanza.
Considerando la situazione del Partito Democratico, spaccato al suo interno e alla quale di certo non si può fare molto affidamento in questo momento, tutto è nelle mani del partito del Popolo della Libertà.
Se questo Governo andrà in porto, e sicuramente sarà così dato il richiamo del Presidente della Repubblica nel suo discorso dopo il giuramento che ha fatto tremare il Parlamento, tutto è nelle mani di Berlusconi e del suo partito. Quindi, la domanda è: ha vinto Berlusconi?
Il governo definito del "Presidente" dipende infatti interamente dal suo partito: il Popolo della Libertà. Potremmo dire anche che se l'obiettivo di Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, era combattere il berlusconismo, ha avuto l'effetto contrario.
Ieri infatti l'incontro della delegazione del Popolo della Libertà con il Presidente incaricato è durato due ore e all'uscita Angelino Alfano ha dichiarato di essere soddisfatto dell'apertura che ha riscontrato nel Presidente incaricato ma che ci sono dei nodi da sciogliere.
In particolare si riferiva agli otto punti del programma politico del Popolo della Libertà. Berlusconi stesso è intervenuto dal Texas dove si trovava ieri, affermando che non è importante chi guiderà il governo ma il programma, cioè se il governo sarà capace di far approvare questi otto disegni di legge.
Enrico Letta alla fine di tutte le consultazioni si è detto soddisfatto nonostante i tanti no incassati. Prima tra tutti Sel con Nichi Vendola che ha dichiarato a fine consultazione, che starà all'opposizione e che secondo lui non è il momento di un governo di larghe intese.
All'opposizione anche la Lega che ha messo avanti i suoi tre punti principali e che ha fatto intendere che non entrerà nel governo almeno che questi tre punti non siano al centro del programma di Governo, cosa a suo dire molto difficile.
Altro no quasi scontato è quello del Movimento Cinque Stelle che ha voluto un
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| Silvio Belusconi leader del Popolo della Libertà |
Ma la risposta arriva da Grillo che sul suo blog scrive " Con questi non ci mischieremo mai". L'incontro ha creato non molte perplessità dato che i toni sono stati completamente diversi, infatti, i due capi gruppi hanno dichiarato che la loro opposizione sarà matura e che il governo avrà tanti si, provvedimento per provvedimento.
Ma una polemica ha calcato la scena ieri. La dichiarazione di Grillo che dal suo blog scrive " Il 25 aprile è morto", facendo riferimento ad una canzone di Guccini che canta "Dio è morto".
Morto per tutto quello che è accaduto in queste settimane dall'elezione di Napolitano a quella di Enrico Letta eletto Premier.
Una dichirazione cha ha profondamente offeso i partigiani e tutti coloro che credono in questa ricorrenza che ricorda chi è morto per liberare il paese dal nazismo.
Ma Letta a fine consultazione ha salutato Crimi e Lombardi ricordando che alla fine che Dio poi risorge. Insomma tra vinti e vincitori, l'unico che ne sta uscendo vincente è sempre lui il Cavaliere che con la sua astuzia e un pò di fortuna si sta trovando in una posizione di estrema importanza.
Considerando la situazione del Partito Democratico, spaccato al suo interno e alla quale di certo non si può fare molto affidamento in questo momento, tutto è nelle mani del partito del Popolo della Libertà.
Se questo Governo andrà in porto, e sicuramente sarà così dato il richiamo del Presidente della Repubblica nel suo discorso dopo il giuramento che ha fatto tremare il Parlamento, tutto è nelle mani di Berlusconi e del suo partito. Quindi, la domanda è: ha vinto Berlusconi?
Thursday, April 25, 2013
ENRICO LETTA, IMPAZZA IL TOTOMINISTRI: I NOMI DEI DUELLANTI
Un primo passo importante è stato già compiuto e cioè quello della nomina di Enrico Letta quale Presidente del Consiglio: le reazioni in Europa sono state buone con la Germania che ha benedetto la "grosse koalition" ed anche i mercati finanziari hanno accolto positivamente la nuova svolta della politica italiana.
Ma i problemi non sono ancora del tutto finiti, perchè ora c'è da nominare i diciotto ministri e non crediamo, sarà tanto facile arrivare a soluzioni che possano accontentare tutti...
Sono tanti i nodi da sciogliere e il totoministri, in queste ultime ore, sta catalizzando l'attenzione dell'opinione pubblica, anche perchè c'è la curiosità di vedere quale forza politica potrà essere più "contenta" delle decisioni del neo premier incaricato.
Intanto, di sicuro, Enrico Letta dovrà "duellare" subito con Silvio Berlusconi per quanto riguarda l'assegnazione del ministero della Giustizia e quello dell'Interno, due dicasteri "molto cari" al Cavaliere.
Il leader del Pdl vorrebbe al Viminale l'ex presidente del Senato, Renato Schifani ma soprattutto si opporrà fermamente alla riconferma di Annamaria Cancellieri.
Anche per il ruolo di Guardasigilli, aspettiamoci contrasti e voci grosse: da una parte, si parla di una prosecuzione del mandato al ministro uscente Paola Severino, soprattutto perché sarebbe la più adatta a riaprire il dossier della legge anticorruzione, un tema che dovrà essere al più presto preso in esame.
Le possibili alternative sono rappresentate Luciano Violante e Franco Gallo, attuale presidente della Corte costituzionale.
Altri due dicasteri particolarmente "fastidiosi" saranno: il Lavoro, per il quale si prevede un ballottaggio tra Renato Brunetta e Tiziano Treu e lo Sviluppo economico, insieme a quello delle Comunicazioni. Anche, in questo caso, ci sarà da vedere chi la spunterà tra l'uscente Corrado Passera e l'ex ministro berlusconiano Paolo Romani.
MOVIMENTO CINQUE STELLE: DURO "NO" DI BEPPE GRILLO AD ENRICO LETTA, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
Deciso "no" ad Enrico Letta da parte del Movimento Cinque Stelle che, dunque, si schiera ufficialmente all'opposizione.
Il neo Presidente del Consiglio incaricato è stato bocciato dagli esponenti del partito di Beppe Grillo non ritenendo il vicesegretario nazionale del PD, la scelta adatta per il bene del Paese.
Mentre il 43% degli italiani, secondo un sondaggio, hanno invece espresso il loro parere favorevole per il tentativo di questo nuovo governo, i "grillini" hanno espresso tutto il loro disappunto sulla nuova fase politica che sta per iniziare.
«I Letta sono tutti una famiglia» denuncia Beppe Grillo alludendo allo zio del neopremier, fedele braccio destro di Silvio Berlusconi. Il leader del M5S "profetizza" sul destino dell'Italia nel prossimo autunno: "A Roma si stanno dividendo le ossa e le poltrone della Seconda Repubblica. Nel frattempo l’economia non aspetta, ogni minuto chiude un’impresa.Questo autunno potremmo raggiungere il punto di non ritorno» scrive in un post intitolato «O si aiutano le piccole e medie imprese o si muore».
Il deputato Walter Rizzetto invece parla di inevitabile "inciucio": «Letta o Giuliano Amato sono sullo stesso piano» mentre Alfonso Bonafede precisa "«Letta è solo più giovane e con un’immagine più “potabile”: ma ora voglio vedere quanti “potabili” riusciranno a essere suoi ministri».
Intanto, un gruppo di pirati informatici, che si è definito “Gli hacker del Pd”, ha annunciato in un sito e in un video di essere riuscito ad entrare nelle caselle di posta elettronica di deputati e senatori come forma di pressione su Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, accusati di «manipolare il movimento per il loro guadagno personale».
A questo proposito, il Movimento Cinque Stelle, pur condannando l'episodio di "hackeraggio", precisa: «Non abbiamo nulla da nascondere».
Wednesday, April 24, 2013
GOVERNO: ENRICO LETTA INCARICATO PREMIER, PER PD, LEGA E MONTI E'SI', DAL PDL SI' CON RISERVA, NO DI GRILLO
Habemus premier? Pare proprio di sì, l'enfant prodige (ormai un po' stagionato) del PD Enrico Letta ha ricevuto l'incarico dalle mani del “nuovo” (?) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per formare un governo che metta assieme tutti i partiti usciti sconfitti dalle ultime elezioni del 24-25 febbraio scorso.
Per fare cosa ce lo spiegheranno magari più avanti o -meglio ancora- lo capiremo da soli leggendo i nomi dei Ministri e la loro provenienza politica.
Intanto -c'era da dubitarne?- Enrico Letta ha incassato il sì di PD, Lega e Monti, un sì con riserva dal PDL (cosa ne pensa suo zio Gianni?) e il no secco di Grillo.
Un vago sospetto, a dire il vero, ci era già venuto sabato scorso quando -presi dal sacro furore di dare un un nuovo Presidente a questa nostra (?) Repubblica- Bersani, Berlusconi e Monti sono accorsi tutti insieme al capezzale del “pensionato” Re Giorgio, chiedendogli fra le lacrime di salvarli dalle ire del popolo italiano.
Da quel popolo irriconoscente che, sobillato dai temutissimi Black Block Crimi,Lombardi e Vendola oltre a qualche “giovane turco” del PD, invocava a gran voce l'elezione di un pericoloso estremista politico “grillino”di nome Stefano Rodotà.
Così il “vecchio” Re Giorgio I, non potendo abdicare (la Costituzione questo non lo consente ancora) magari a favore del maggiore dei propri figli, ha -seppur controvoglia- deciso di farsi un ultimo giretto su questa giostra che sembra ormai uscita pari pari da un racconto di Stephen King.
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| Il premier incaricato Enrico Letta |
In cambio il Presidente ha preteso (ed ottenuto) che tutte le forze politiche e i media più influenti facessero passare questa farsa come una “vittoria” della responsabilità nazionale, bruciando in un falo' (come quello avvenuto nel carcere siciliano dell'Ucciardone poche ore prima del suo insediamento) tutte le dichiarazioni (sì, anche le intercettazioni) e tutti i comportamenti ostentati dai partiti a partire dal novembre dello scorso anno (sfiducia del PDL al governo Monti).
Così il giaguaro da smacchiare è diventato un dolce peluche da coccolarsi stretto stretto, i comunisti sono diventati di colpo dei timorosi seminaristi (tranne le toghe rosse), Monti non è più "un incapace" ma un amabile compagno di viaggio, e via di seguito.
La parola d'ordine, per tutti, è diventata: cancelliamo Grillo e i grillini dal Parlamento, altro non sono che degli intrusi che, con arroganza, vorrebbero insegnarci il mestiere (a noi?); non vogliono il finanziamento pubblico ai partiti? Vadano ad iscriversi ad una bocciofila, lì non ti pagano di certo.
Di più, non dobbiamo permettergli nemmeno di fare opposizione -visto che gli italiani ci amano alla follia- non penseranno forse di prendersi la presidenza del Comitato di Controllo dei Servizi Segreti (spetta per legge dello Stato all'opposizione) o quella del Comitato di Vigilanza della RAI?
Abbiamo eletto il Presidente della Repubblica (alla faccia degli italiani), abbiamo fatto il governo (alla faccia degli italiani), ora faremo noi anche l'opposizione (sempre alla faccia degli italiani).
Grillo? La prossima cosa che faremo sarà una bella legge elettorale (ci mancherebbe, sempre alla faccia degli italiani)- con tanto di benedizione di Re Giorgio- che impedisca finalmente a chiunque che non abbia fatto parte dell'inciucio di partecipare alle prossime elezioni.
E gli italiani? Gli italiani “chi”?
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