Al di là della polemica politica che incombe anche oggi sulla giornata celebrativa della Liberazione dal nazifascismo - causa soprattutto i recenti fatti che hanno visto il Parlamento protagonista non certo in positivo- il 25 aprile ha rappresentato certamente per tutti noi italiani un momento di svolta epocale e democratica.
Ogni anno, in coincidenza delle celebrazioni, si registra l'uscita di qualche nuova pubblicazione editoriale o scapita di assistere a programmi televisivi di approfondimento storico su quegli anni, in particolare a proposito di quel fenomeno sociale e politico che li caratterizzò in modo decisivo, ovvero quello della Resistenza.
Gente di ogni classe e ceto anagrafico o sociale tenuta assieme da un solo alto ideale -quello della libertà da ogni sopruso e forma di dittatura- che ha combattuto e che è morta per lasciare alle future generazioni, ai suoi figli, nipoti e pronipoti un'Italia migliore.
Disse una volta il compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini – ex partigiano- rivolgendosi ai giovani “...faccio un appello ai giovani per difendere le posizioni che noi abbiamo conquistato, quelle di difendere la Repubblica e la democrazia; oggi ci vogliono due qualità a mio avviso, cari amici, l'onestà e il coraggio...”.
A volte, però, ci si dimentica che all'interno della Resistenza, fra quella gente onesta e coraggiosa, c'erano anche tante donne, che hanno avuto innegabilmente un ruolo chiave, purtroppo spesso non sufficientemente riconosciuto.
Tante sono cadute, tante sono state uccise, tante seviziate, o portate nei campi di concentramento e condannate a morte. Non si sono tirate indietro, combattendo in prima persona anziché rimanere davanti ai fornelli.
Sono riuscite a guardare oltre i loro ruoli sociali di madri di madri, mogli, casalinghe, sfidando a testa alta la politica anti-femminista del fascismo che aveva imposto loro un ruolo esclusivamente “biologico”, che era quello di riproduttrici per la Patria e di casalinghe.
Uno degli slogan dedicati da Benito Mussolini alle donne recitava così “devono obbedire, badare alla casa, mettere al mondo figli e portare le corna”; le donne dovevano stare nell'ombra perché il mondo in cui si trovavano era un mondo per soli uomini.
In un manuale di igiene distribuito dal regime fascista negli anni 30', si legge testualmente “Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio (…) la sua maturità fisica e psichica non ha che questo scopo”.
Nonostante ciò, le donne italiane sostituirono gli uomini chiamati al fronte, svolgendo anche attività molto faticose e, durante la Resistenza,giovani donne tra i 16 e i 18 anni ricoprirono il ruolo di“staffette”, garantendo i collegamenti tra le varie brigate e fra i partigiani e le loro famiglie.
Svolsero con devozione il ruolo di infermiere e parecchie fra loro –si dice 35.000- imbracciarono anche le armi dando un sostegno più che concreto, oltre che morale.
Perchè, allora, per tanto tempo questo importantissimo contributo è stato taciuto e dimenticato?
Forse perché queste donne “trasgressive” hanno suscitato nella nostra società oltre alla curiosità, anche una sorta di “sospetto” e, quindi, una conseguente mancanza di solidarietà.
Solo in tempi molto recenti la loro partecipazione attiva alla Resistenza è stata adeguatamente riconosciuta.
Ma, non è forse più che singolare che sia sempre la donna a portare avanti per prima una qualsiasi forma di “resistenza”?
Basti pensare alle continue violenze di genere a cui è sottoposta, ai quotidiani femminicidi (se ne contano oltre 120 solo nel corso del 2012), eppure è ancora la donna a “resistere “ di più a fronte delle difficoltà della vita: le donne che si sono suicidate nel corso di questi anni, a causa della crisi, sono quattro volte meno degli uomini.
Proprio così: le donne vanno avanti a testa alta contro l'incertezza del futuro, ma non mollano la loro “resistenza”, anche di fronte ad uno Stato assente.
No comments:
Post a Comment